David di Donatello 2026, tra le mani d’oro di Matilda De Angelis e l’omaggio a Storaro
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un’immagine, quella di Matilda De Angelis che sale sul palco del Teatro 23 di Cinecittà, che riassume forse meglio di molte altre la natura duplice di questa 71esima edizione dei David. L’attrice, in un tripudio di luce che sembrava cucito addosso a lei appositamente, ha ritirato il premio come miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione in “Fuori” di Mario Martone. Un riconoscimento, il suo, che arriva al termine di una stagione in cui la sua presenza scenica ha spesso travalicato i confini del singolo ruolo, e che sancisce una volta di più la capacità del cinema italiano di scolpire figure femminili complesse, lontane dagli stereotipi più facili. Nella stessa serata, la giuria ha voluto tributare un omaggio sentito a Vittorio Storaro, una leggenda vivente della fotografia, consegnandogli quel Premio Cinecittà che suona più come un atto dovuto che come una semplice formalità. Figura, quella di Storaro, che col suo sguardo ha dipinto la luce di capolavori immortali, e la cui presenza in sala ha elevato il tasso artistico di una kermesse che, almeno per una notte, ha cercato di dimenticare le nubi grigie che si addensano sull’orizzonte della settima arte in Italia.
La notte dei piccoli miracoli e la resa dei conti con la crisi
Fuori dai cancelli di Cinecittà, però, la realtà sembrava raccontare un’altra storia. Mentre dentro Flavio Insinna e Bianca Balti conducevano la diretta su Rai 1, i cancelli stessi diventavano il simbolo di una frattura, quelle della protesta del movimento #siamoaititolidicoda, che denunciava un comparto in affanno, stretto tra produzioni ferme e precariato dilagante. Lo stesso conduttore, in apertura, ha dovuto fare i conti con questo fantasma, definendo la serata come una "lettera d’amore" scritta in mezzo a mille difficoltà, un’affermazione che, per quanto retorica, acquistava un peso specifico inaudito vista la cronaca di questi mesi. E chissà se Arisa, ospite musicale della kermesse, quando ha detto che i film girati d’estate riescono a scaldare il cuore anche d’inverno, stava in realtà offrendo una chiave di lettura per sopravvivere all’inverno stesso del settore. La cantante, al suo debutto sulla prestigiosa passerella a 43 anni, ha portato una ventata di leggerezza, quella stessa leggerezza che forse serve a tenere in vita un sogno, ma che non ha potuto nascondere del tutto la tensione sottopelle.
Le mani sulla sceneggiatura e il trionfo discreto di “Le città di pianura”
Guardando ai vincitori tecnici, emerge con chiarezza il nome di un film che ha fatto parlare di sé – e molto – già nelle settimane precedenti: “Le città di pianura”. L’opera di Francesco Sossai, che già vantava il numero più alto di candidature (ben sedici), si è portata a casa il David per la miglior sceneggiatura originale, scritta a quattro mani con Adriano Candiago. È un segnale preciso, questo, in un’edizione che ha visto in lizza pesi massimi come Paolo Sorrentino (“La grazia”) e Paolo Virzì (“Cinque secondi”): il favore dell’Accademia del Cinema Italiano è andato verso una narrazione forse più intima e meno urlata, capace di tessere relazioni umane sulla polvere delle province. Per la regia, il verdetto ha premiato Mario Martone con “Fuori”; Martone si è aggiudicato il riconoscimento in una cinquina che comprendeva anche Gabriele Mainetti, e la sua vittoria consolida un percorso artistico fatto di rigore intellettuale e passione civile. Non meno importante, perché apre a scenari futuri della nuova leva, l’esordio alla regia: qui Margherita Spampinato ha trionfato con “Gioia mia”, scavalcando tra le altre Ludovica Rampoldi e Greta Scarano. Un premio che sa di scoperta e di scommessa vinta, considerando la tenerezza con cui il film racconta il rapporto tra un bambino moderno e un’anziana zia in Sicilia, lontano anni luce dai canoni del cinema commerciale.
Il polso della politica culturale e l’urlo di Aurora Quattrocchi
Sul fronte degli interpreti, oltre alla già citata De Angelis, spicca un’altra vittoria che ha il sapore della rivalsa generazionale. Aurora Quattrocchi, a 83 anni, ha vinto il David come miglior attrice protagonista sempre per “Gioia mia”, salendo sul palco con un’energia tale da far tremare i monitor. “Grazie dal profondo del mio cuorissimo”, ha esclamato, e in quella storpiatura affettuosa c’era la sintesi di un’arte che non chiede il permesso nemmeno al tempo che passa. Se i discorsi sul palco si sono fatti spesso accesi – a partire proprio dalle parole di De Angelis, che ha parlato apertamente di “impoverimento culturale” rimproverando una certa rassegnazione nazionale – la cronaca della serata registra anche piccole assenze eccellenti: Paolo Sorrentino e Toni Servillo hanno evitato il red carpet preferendo un cocktail, mentre Checco Zalone, atteso per il David dello spettatore vinto da “Buen camino”, non si è nemmeno presentato in teatro. Piccole crepe, forse, nel fronte del cinema che sogna. E mentre le mani di Storaro stringevano il premio, la mente correva ai tre Oscar che già possiede, a una carriera che è stata un’ininterrotta ricerca della luce perfetta; una luce che, almeno stando alle grida d’allarme lanciate dal palco e alle manifestazioni fuori dal teatro, qualcuno teme davvero che possa spegnersi, se non verrà difesa con le unghie.




