I David di Donatello 2026, il trionfo di Matilda De Angelis e l’affondo sul governo: “Non lasciamoci umiliare”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sul palco dei David di Donatello, ancora una volta, il cinema italiano ha scelto di non fare da semplice contorno alla serata. Nella 71ª edizione del premio, tenutasi pochi giorni fa, a spiccare è stata la doppia, per certi versi complementare, presenza di Matilda De Angelis e Arisa: due artiste che, seppur con ruoli differenti, hanno incarnato due modi diametralmente opposti – ma ugualmente incisivi – di abitare una ribalta. Da un lato la cantante, incaricata di firmare la colonna sonora dell’evento, si è esibita portando con sé un pezzo senza tempo come Smile, quel brano che Charlie Chaplin scrisse per Tempi moderni e che, nella sua dolcezza malinconica, ha avvolto la cerimonia come un filo rosso tra passato e presente. Dall’altro lato, l’attrice bolognese, classe 1995, ha ricevuto il David come miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione di Roberta in Fuori, l’ultima fatica di Mario Martone.

Il discorso choc dell’attrice: “L’impoverimento culturale non è un destino”

È stato proprio il momento del ringraziamento a trasformarsi in un atto politico compiuto. Matilda De Angelis, stringendo tra le mani la statuetta, ha pronunciato parole che hanno fatto il giro dei social – e non solo – in poche ore. “Ci siamo lasciati umiliare e addomesticare”, ha esordito l’attrice, colpendo dritta al cuore di una questione che, nelle sue parole, assume i contorni di una ferita aperta. Senza mai nominare esplicitamente né il governo né la presidente del Consiglio, la De Angelis ha però utilizzato un lessico inequivocabile: ha parlato di “impoverimento culturale” come di una scelta, non di una fatalità, e ha alluso a un clima in cui intere categorie – quelle dei lavoratori dello spettacolo e del cinema in primis – si sarebbero sentite abbandonate a se stesse. L’appello, lanciato con voce ferma, è per un cinema “pulito, onesto, sociale e politico”. Parole che, in un Paese che vanta il 62% dei suoi comuni con almeno un bene culturale tutelato, suonano come un paradosso doloroso.

La solidarietà a distanza di Elodie e il “profluvio” social

Ma il caso De Angelis non si è esaurito sul palco. Perché, a sorpresa, tra i primi a congratularsi pubblicamente con lei via social c’è stata un’altra protagonista della scena italiana: Elodie. La cantante romana, che proprio con la De Angelis ha condiviso il set di quel film che ha valso il premio all’attrice (lavorando fianco a fianco), ha pubblicato su Instagram una storia che ritrae Matilda radiosa e spontanea sul luogo delle riprese. Un gesto rapido, istintivo – una storia non organizzata – che però ha innescato una reazione a catena. I commenti, i messaggi di stima, le condivisioni: la vittoria della De Angelis ha trovato un’eco immediata e fragorosa nell’ecosistema digitale, dove fan e colleghi hanno inscenato un vero e proprio “profluvio”, come è stato definito, di apprezzamenti. E in questo coro, la dedica di Elodie – “la mia amica” – ha assunto una valenza particolare: non la classica congratulazione formale, ma il riconoscimento tra pari, tra donne che nello stesso set hanno sudato la stessa scena.

Numeri e contraddizioni: un settore da 6,6 miliardi sotto accusa

A rendere meno astratta la protesta di Matilda De Angelis – e più in generale il malessere emerso ai David – c’è un dato, citato anche da più parti durante la serata: il settore culturale e creativo italiano vale 6,6 miliardi di euro. Non è un dettaglio. È una cifra che dovrebbe collocare il cinema e lo spettacolo tra le industrie strategiche del Paese, meritevoli non solo di attenzione ma di politiche strutturali. Eppure, come ha ricordato l’attrice, migliaia di maestranze – operatori, tecnici, comparse – restano senza set per mesi. Le riforme varate dall’esecutivo, in particolare quelle sul finanziamento pubblico al cinema, sono state lette da molti addetti ai lavori come un tentativo maldestro di trovare una quadra tra equità ed efficienza; altri, più radicali, le hanno interpretate come espressione di un vero e proprio risentimento verso un mondo della cultura tradizionalmente critico verso la destra al governo. Quello che è certo è che, ancora una volta, i David non sono solo una premiazione: sono diventati lo specchio di una frattura che non accenna a ricucirsi.

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