La Consulta dà ragione al governo: cancellare l'abuso d'ufficio non è incostituzionale
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Redazione Interno
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Roma – La Corte Costituzionale ha respinto senza mezzi termini i ricorsi presentati da quattordici autorità giudiziarie, tra cui la Cassazione e il tribunale di Firenze, che chiedevano di ripristinare il reato di abuso d’ufficio, abolito lo scorso anno dal governo Meloni con la legge 114 del 2024. La decisione, arrivata a sole 24 ore dall’udienza, stronca sul nascere le obiezioni sollevate da chi sosteneva che l’abrogazione violasse gli obblighi internazionali dell’Italia, in particolare la Convenzione di Merida dell’Onu contro la corruzione.
«Non esiste alcuna norma europea o internazionale che imponga di mantenere nel codice penale quel reato», ha chiarito la Consulta nel suo comunicato, limitandosi a valutare – e poi a escludere – solo il possibile contrasto con gli accordi sottoscritti dall’Italia. Un passaggio secco, che chiude definitivamente la polemica sollevata dall’Associazione nazionale magistrati, la quale aveva sostenuto che l’eliminazione dell’abuso d’ufficio avrebbe indebolito la lotta alla corruzione.
Le conseguenze, già tangibili, si vedono nei tribunali. A Firenze, ad esempio, il processo sui concorsi a Medicina – uno di quelli che aveva spinto la procura a chiedere l’intervento della Corte – dovrà ora fare i conti con l’assenza di quello strumento giuridico, lasciando molti capi d’accusa privi di fondamento. Altri procedimenti, in diverse città, rischiano di arenarsi o di essere ridimensionati, con effetti che potrebbero ripercuotersi su inchieste già avviate.




