Garlasco, due armi e almeno due assassini per uccidere Chiara Poggi: la nuova pista di Pavia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A distanza di quasi diciassette anni, il delitto di Chiara Poggi, la ventitreenne uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli a Garlasco, torna al centro delle indagini con elementi che potrebbero riscrivere la dinamica del crimine. L’autopsia, riesaminata dalla procura di Pavia, ha rivelato che le lesioni riportate dalla vittima sono compatibili con l’uso di due oggetti contundenti distinti, suggerendo la presenza di almeno due aggressori. Una ricostruzione in 3D della scena del crimine, realizzata per chiarire i dettagli ancora oscuri, sembra avvalorare questa ipotesi, mentre i reperti conservati per anni potrebbero ora offrire risposte decisive.

Gli inquirenti, coordinati dal procuratore Fabio Napoleone, hanno contestato ad Andrea Sempio – già condannato in primo grado nel 2010 e poi assolto in appello – il reato di «omicidio in concorso con Alberto Stasi o con altri». Stasi, all’epoca fidanzato della vittima, è stato assolto con formula piena nel 2015, ma la nuova inchiesta riapre interrogativi su possibili complicità. Oggi, giovedì 12 giugno, i periti nominati dal gip Daniela Garlaschelli – la genetista Denise Albani e il dattiloscopista Domenico Marchegiani – hanno prelevato i reperti custoditi nei depositi giudiziari, tra cui un frammento di tappetino insanguinato e resti di cibo mai analizzati, rinvenuti nei sacchi della spazzatura di casa Poggi.

Le operazioni, che rientrano nell’incidente probatorio fissato per il 17 giugno, mirano a verificare la presenza di tracce biologiche o impronte digitali finora trascurate. Tra i materiali sotto esame ci sono anche una sessantina di fascette para-adesive, utilizzate per sigillare sacchetti o cavi, e altre prove raccolte quella mattina ma lasciate in un cassetto per quasi due decenni. «Alcune tracce potrebbero non essere più databili, e il Dna parziale rischia di essere inidoneo», ha osservato Luciano Garofano, ex comandante del Ris di Parma, sottolineando come per un’impronta sul muro «non basti una semplice fotografia».

La scientifica di Milano, incaricata delle nuove analisi, dovrà confrontarsi con un puzzle incompleto: i reperti, seppur conservati, potrebbero aver perso valore probatorio. Ma se le indagini confermassero l’uso di due armi, la tesi del doppio assassino prenderebbe corpo, costringendo a rivedere una vicenda giudiziaria segnata da colpi di scena e sentenze discordanti. Intanto, la ricostruzione tridimensionale della villetta – con i suoi spazi angusti e gli spostamenti della vittima – potrebbe chiarire se Chiara abbia tentato di difendersi o di fuggire, lasciando dietro di sé indizi finora invisibili.

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