La perizia psichiatrica per Kaufmann dovrà stabilire se è in grado di partecipare al processo
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Redazione Interno
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La Prima corte d’Assise di Roma, sciogliendo la riserva che era stata annunciata nelle scorse udienze, ha detto sì alla perizia psichiatrica per Francis Kaufmann, l’imputato nel processo per il duplice omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda, i cui corpi senza vita vennero trovati il 7 giugno dell’anno scorso nel parco romano di Villa Pamphili. L’accertamento, che dovrà essere completato entro trenta giorni, si concentrerà sulla capacità dell’uomo, il quale si identifica con il nome Rexal Ford riportato sul suo passaporto, di stare a giudizio, ovvero di comprendere il significato del processo e di parteciparvi in maniera consapevole. La richiesta, presentata nelle scorse settimane dal difensore, l’avvocato Paolo Foti, aveva trovato la netta opposizione della Procura di piazzale Clodio, che pure ha dovuto prendere atto della decisione dei giudici. Il perito incaricato incontrerà Kaufmann già martedì prossimo all’interno del carcere di Regina Coeli, dove il californiano è stato trasferito dal precedente istituto di pena di Rebibbia e dove attualmente si trova in regime di isolamento.
Le ragioni della difesa e il comportamento dell’imputato
A sollecitare l’accertamento, spiegano i legali, sarebbe stato il progressivo e ormai evidente deterioramento delle condizioni mentali di Kaufmann, un quadro che a loro avviso sarebbe divenuto incompatibile con la serenità e la lucidità necessarie per affrontare un dibattimento. L’avvocato Foti, che oggi in aula ha visto il suo assistito non presentarsi, un gesto che lo ha spiazzato e che potrebbe essere letto proprio alla luce di queste difficoltà, aveva già descritto nei dettagli i comportamenti che avrebbero giustificato la richiesta: l’imputato, nei colloqui in carcere, si sarebbe presentato con gli abiti sporchi, e i suoi discorsi sarebbero risultati spesso privi di alcuna logica, veri e propri monologhi deliranti intervallati da momenti di apatia. A ciò si aggiungerebbe un episodio avvenuto qualche tempo fa a Rebibbia, quando l’uomo sarebbe stato protagonista di un violento alterco con un agente della polizia penitenziaria, un fatto che aveva già fatto sorgere dubbi sul suo equilibrio psicofisico.
Le aggravanti contestate e le dinamiche emerse
Il quadro accusatorio nei confronti di Kaufmann, che al momento dell’arresto si trovava in Grecia dove era fuggito dopo i fatti, resta comunque gravissimo: i pubblici ministeri titolari dell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, contestano all’americano il duplice omicidio aggravato dai motivi futili e abietti, dalla minorata difesa delle vittime, dalla relazione affettiva che lo legava alla Trofimova e dalla discendenza diretta nei confronti della piccola Andromeda, oltre al reato di occultamento di cadavere. Le autopsie, come emerso nel corso delle precedenti udienze, hanno chiarito le cause della morte: Anastasia, ventottenne di origine russa, sarebbe stata uccisa per soffocamento verosimilmente qualche giorno prima della figlia, la quale è invece morta per strangolamento. I loro corpi, lasciati nudi tra la vegetazione del parco e in parte coperti da un telo di plastica, vennero ritrovati a poca distanza l’uno dall’altro, in una sorta di macabra messa in scena che, secondo gli inquirenti, avrebbe avuto lo scopo di ritardarne l’identificazione. Dalle analisi sul cellulare di Kaufmann, inoltre, è emerso un dettaglio agghiacciante: dopo la morte della compagna e prima di darsi alla fuga, l’uomo aveva contattato diverse agenzie di baby modelling nel tentativo di inserire la figlia di appena quattordici mesi nel mondo dei set pubblicitari, un gesto che gli investigatori hanno interpretato come un disperato tentativo di racimolare denaro.
Una segnalazione inascoltata nella notte del delitto
Nel corso dell’udienza di oggi, che ha visto anche l’audizione di alcuni testimoni, è emerso un particolare che getta una luce ancora più sinistra su quelle ore precedenti il ritrovamento dei cadaveri. Una investigatrice della Polizia di Stato, Pamela Franconieri, ha riferito di una telefonata giunta al 112 intorno all’una e trenta di notte in via Leone XIII, la strada che attraversa il parco di Villa Pamphili. Un ragazzo, preoccupato da quanto stava vedendo, aveva segnalato la presenza di un uomo con un cappello che teneva in braccio una bambina con un vestito rosa, una situazione che evidentemente lo aveva allarmato al punto da richiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Una chiamata, quella del giovane, che di fatto anticipava di poche ore il ritrovamento dei corpi e che, se letta alla luce di quanto accaduto dopo, assume i contorni di un grido d’allarme inascoltato.




