Attacco con droni a Kronstadt, la Nato vara il pacchetto da 70 miliardi per Kiev

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un attacco con droni ha colpito nella notte l’area di San Pietroburgo, con epicentro nella base navale di Kronstadt, nel Golfo di Finlandia, a oltre ottocentocinquanta chilometri dal confine ucraino. Si tratta di una delle incursioni più profonde in territorio russo dall’inizio del conflitto, e la seconda in poco più di un mese a minacciare la città dello zar, come documentato dall’appello del governatore Aleksandr Beglov ai residenti, invitati a restare in casa fino al termine dell’allarme antiaereo.

Il raid, rivendicato da fonti ucraine secondo quanto riportato da media indipendenti, ha preso di mira Kronstadt, storica roccaforte della flotta baltica e simbolo del potere marittimo del Cremlino, in un'operazione che estende il raggio d’azione di Kiev fino al Golfo di Finlandia, area tradizionalmente considerata retroterra sicuro della seconda città russa.

La risposta di Mosca e la strategia nel Mar Nero

Le autorità russe hanno immediatamente definito l’attacco come un'azione terroristica, annunciando che non rimarrà senza risposta, sebbene al momento non siano stati resi noti i dettagli delle eventuali contromisure. Sul piano operativo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivendicato con fermezza il controllo delle acque del Mar Nero, dichiarando che i russi hanno ormai perso il predominio su quel bacino e che per loro non sarà mai più un'area tranquilla, in un messaggio che allude a una continuità delle azioni offensive anche in ambito navale.

La scelta di colpire Kronstadt, che ospita il quartier generale della flotta del Baltico e cantieri navali di rilevanza storica, non è casuale: la base è considerata un nodo logistico per i rifornimenti e le esercitazioni della marina russa, e il suo danneggiamento, se confermato, potrebbe avere ripercussioni sulla proiezione navale di Mosca in un quadrante cruciale per gli equilibri con la Nato.

Il vertice Nato di Ankara e il pacchetto da 70 miliardi

Proprio mentre gli echi dell’attacco raggiungevano la Turchia, il vertice Nato in corso ad Ankara si è avviato verso la conclusione con l’approvazione della dichiarazione finale, che sancisce un impegno finanziario senza precedenti per il sostegno militare all’Ucraina.

L’intesa, raggiunta dopo estenuanti trattative, prevede uno stanziamento complessivo di settanta miliardi di dollari l’anno per il biennio 2026-2027, una cifra che include il prestito dell’Unione Europea di trenta miliardi e lascia ai partner circa quaranta miliardi annuali di aiuti bilaterali, la cui erogazione sarà però gestita tramite un meccanismo volontario, non vincolante per tutti i membri dell’Alleanza.

Resta sul tavolo il nodo delle spese militari, con alcuni paesi dell’Europa orientale che premono per innalzare la soglia del due per cento del Pil, mentre altri alleati, tra cui Germania e Francia, hanno chiesto maggiore flessibilità, in un dibattito che si intreccia con l'incognita rappresentata dalle politiche estere dell’amministrazione Trump, di cui non si conoscono ancora le linee guida per il prossimo biennio.

Il fronte interno e le zone grigie di Kramatorsk

Mentre la diplomazia internazionale definisce i numeri del sostegno, il conflitto sul terreno continua a mordere nelle cosiddette zone grigie del Donbass, dove la minaccia dei droni e delle bombe plananti è ormai una costante quotidiana. A Kramatorsk, città simbolo della resistenza ucraina nella regione di Donetsk, un episodio raccontato da testimoni oculari restituisce la tensione che si vive dietro le linee: un ragazzo in uniforme, entrato in un caffè gridando "Kab, Kaaaab", si è fermato impietrito senza sapere dove ripararsi, mentre il boato di un'esplosione faceva tremare muri e soffitto.

Un ufficiale presente, uno dei pochi autorizzati a portare un'arma, si è alzato di scatto con la mano alla pistola, per poi aprirla verso i presenti in un gesto che è parso più un riflesso condizionato che un atto di minaccia. L’episodio, privo di vittime ma carico di significato, fotografa una guerra che non concede tregua né alla prima linea né alle retrovie, dove l’attesa per il prossimo colpo è diventata parte del paesaggio quotidiano.

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