Scandalo in Ticino, il presidente Zali nel mirino: audio choc e inchiesta penale
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Redazione Esteri
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Claudio Zali, presidente del Consiglio di Stato del Canton Ticino ed esponente di spicco della Lega dei Ticinesi, si trova al centro di una bufera politica senza precedenti. La tempesta è scoppiata dopo la diffusione, attraverso un profilo Instagram anonimo, di una registrazione audio in cui l'ex-magistrato, oggi al vertice dell'esecutivo cantonale, pronuncia frasi di una violenza inaudita nei confronti di una donna.
L'audio, risalente a qualche anno fa e pubblicato da Radiotelevisione Svizzera (RSI) dopo averne verificato l'autenticità, ritrae una conversazione privata in cui Zali, a un'amica che si lamentava di essere vittima di atti di stalking, consigliava di "riempirla di botte", aggiungendo di averlo già fatto personalmente in passato quando la donna in questione si era presentata a casa sua.
Un consiglio che, nelle parole del politico, si è presto trasformato in un'offerta ben più inquietante: quella di coinvolgere un "amico di Milano", una figura capace di risolvere il problema tramite terze persone, evocando quasi un sicario per punire la molestatrice.
La richiesta di dimissioni e il presidio in piazza
Le reazioni politiche e sociali non si sono fatte attendere. Il contenuto dell'audio, giudicato di una gravità estrema, ha scatenato un coro unanime di critiche e richieste di dimissioni che attraversa tutto l'arco politico ticinese. Il collettivo "Io l'8 ogni giorno", impegnato nella lotta contro la violenza di genere, ha annunciato un presidio pubblico per mercoledì 29 luglio in Piazza Governo a Bellinzona per chiedere le immediate dimissioni del consigliere di Stato.
Nella loro nota, l'associazione definisce "inaccettabile" che una persona che incita alla violenza contro le donne sieda nell'esecutivo, sottolineando come ciò sia incompatibile con qualsiasi politica di prevenzione e rispetto dei diritti fondamentali. Una posizione che ricalca le richieste arrivate anche dal fronte politico, con i Verdi che per primi avevano sollecitato un passo indietro dalle deleghe di polizia e magistratura, definendo le dichiarazioni di "estrema gravità" e necessitanti di un chiarimento immediato e credibile.
Il silenzio della Lega e l'uscita dell'UDC
In questo clima di pressioni crescenti, la posizione dei partiti si è definita gradualmente. Se il Partito Liberale Radicale, il Centro e il Partito Socialista avevano immediatamente chiesto pubblici chiarimenti a Zali, la Lega dei Ticinesi ha inizialmente scelto la via del silenzio, optando per una strategia attendista in vista di un faccia a faccia con il proprio esponente.
A spezzare questo equilibrio è stata, con un giorno di ritardo rispetto agli altri, l'Unione Democratica di Centro (UDC), che ha rotto gli indugi chiedendo ufficialmente e pubblicamente le "dimissioni immediate" di Claudio Zali. In un comunicato, i democentristi hanno spiegato di aver voluto inizialmente evitare dichiarazioni pubbliche per rispetto delle istituzioni, ma che di fronte alla gravità politica, istituzionale e morale dei fatti, la permanenza di Zali in governo non è più accettabile.
Questo intervento dell'UDC assume un peso specifico particolare, considerando i rapporti tesi degli ultimi tempi con il presidente del Consiglio di Stato, tanto da aver già portato il partito a escludere una lista comune per le elezioni cantonali del 2027 proprio a causa del nome di Zali, ritenuto non più compatibile con la loro linea.
L'inchiesta penale e la rinuncia alle deleghe
Lo scandalo legato agli audio non è, però, l'unico fronte aperto per il presidente del governo ticinese. A complicare ulteriormente la sua posizione si aggiunge un'inchiesta penale della procura cantonale per le ipotesi di reato di abuso di autorità e tentata coazione. L'indagine è legata all'interessamento di Zali per un ragazzo di 14 anni, figlio di una sua conoscente, detenuto nell'istituto minorile della Farera di Lugano.
Secondo quanto ricostruito, Zali avrebbe convocato nel suo ufficio funzionari e la giudice minorile per discutere e sollecitare il trasferimento del minore, un atto che avrebbe messo in discussione la separazione dei poteri tra esecutivo e magistratura. Di fronte alla tempesta mediatica e politica, il Consiglio di Stato si è riunito in seduta straordinaria, prendendo atto della decisione di Zali di rinunciare temporaneamente alle sue deleghe di governo, che includevano il Dipartimento di polizia e giustizia.
Il presidente dell'esecutivo ha così fatto un passo indietro, ma non le dimissioni, mantenendo il suo seggio in Consiglio di Stato e annunciando al contempo querele contro i suoi accusatori, sostenendo che le registrazioni sarebbero il frutto di un reato ai danni della sua sfera privata. Le deleghe, durante questo periodo di transizione, sono state affidate alla vicepresidente Marina Carobbio Guscetti.
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