Mark Rothko a Firenze, il figlio Christopher: “Cercava un’architettura per il suo spirito”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non è soltanto una retrospettiva, per quanto imponente e destinata a rimanere negli annali, quella che dal 14 marzo e fino al 23 agosto porta Mark Rothko a dialogare con le pietre e la luce di Firenze. È piuttosto un’immersione totale, un progetto curatoriale firmato dal figlio Christopher Rothko e da Elena Geuna che trasforma Palazzo Strozzi e due luoghi simbolo del Rinascimento in un unico, vasto campo di indagine sullo spirito umano. Settanta opere, molte delle quali mai esposte prima in Italia e concesse da musei del calibro del Museum of Modern Art di New York e della Tate di Londra, tracciano l’intero arco della carriera del maestro americano, ma lo fanno con una specificità che va oltre la semplice cronologia.

Il cuore pulsante dell’esposizione, quella che la rende un unicum nel panorama delle mostre dedicate all’artista, risiede nella sua estensione fisica oltre i muri del palazzo. Christopher Rothko, che di quel padre – scomparso quando lui aveva solo sei anni – custodisce l’eredità morale e artistica, ha voluto portare le tele in quei luoghi fiorentini che per Mark rappresentarono una folgorazione. Al Museo di San Marco, cinque opere di piccolo formato sono state collocate in altrettante celle affrescate dal Beato Angelico: un confronto muto ma densissimo, dove la ricerca di trascendenza del pittore domenicano del Quattrocento incontra quella, laica e tormentata, del Novecento. “Mio padre”, ha spiegato Christopher, “desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva vissuto nel realizzarli”.

La seconda tappa di questo percorso diffuso è la Biblioteca Medicea Laurenziana, e più precisamente il suo Vestibolo, quella scala e quelle colonne incassate nelle pareti che Michelangelo concepì come uno spazio quasi claustrofobico, di attesa e tensione. Rothko lo visitò nel 1950 e poi di nuovo nel 1966, e da quell’architettura che sembra “imprigionare” il visitatore trasse ispirazione per i celebri Seagram Murals. Oggi, in quel medesimo spazio, trovano posto due studi preparatori per quei pannelli, a suggellare un cerchio che si chiude: l’arte moderna che torna a contemplare le fonti del proprio linguaggio, riconoscendo nel genio rinascimentale non un modello da imitare, ma un’affinità elettiva nella concezione dello spazio come esperienza totalizzante.

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