Il silenzio del posto vuoto e l’inchiesta su uno choc anafilattico: la morte di Sofia Di Vico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A Maddaloni, come spesso accade dopo la scossa iniziale – quella dell’incredulità che paralizza e spinge a riavvolgere mentalmente i secondi precedenti la tragedia – è arrivato il momento dei ricordi. Si rincorrono, si intrecciano e restituiscono il profilo di una ragazzina di quindici anni, Sofia Di Vico, che per la sua squadra di basket, la Union Basket Maddaloni, era molto più di una compagna di squadra. «Era la nostra campionessa», l’ha definita il suo allenatore, nel tentativo di dare un senso, o forse solo un nome, al vuoto lasciato da una giovane atleta partecipante al torneo “Mare di Roma Trophy in Pink”. Una manifestazione sportiva, quest’ultima, trasformata improvvisamente in teatro di un decesso avvenuto lungo il litorale di Ostia, dove la quindicenne alloggiava con la propria squadra in un camping.

La cena, l’allergia e l’avvertimento del padre

La dinamica, al momento ancora al centro degli accertamenti della Procura di Roma – che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo – ruota attorno a un nemico invisibile e noto: una «gravissima» allergia alle proteine del latte, diagnosticata e mai sottovalutata dalla famiglia. A dichiararlo è stato il padre, Fabio, figura centrale in questo dramma non solo per il legame affettivo, ma anche per la sua condotta antecedente al malore. Secondo quanto ricostruito, l’uomo, giunto a Ostia lo scorso primo aprile insieme alla figlia e al resto della comitiva, avrebbe personalmente avvisato la direzione del Camping Village Roma Capitol – la struttura ricettiva sul litorale romano – della pericolosità estrema della situazione. «Avevo avvisato che il rischio era grave», avrebbe poi riferito, sottolineando come la struttura fosse stata messa a conoscenza della condizione prima ancora che la cena fatale avesse luogo. La sera successiva, il primo aprile, Sofia ha consumato un pasto con le compagne all’interno del ristorante del camping, scatenando la reazione anafilattica che l’avrebbe uccisa sotto gli occhi del padre.

Una famiglia conosciuta e un’unica figlia

A Maddaloni, dove il dolore si misura anche in assenze concrete, la famiglia Di Vico gode di una solida reputazione: il padre esercita la professione di commercialista, la madre quella di fisioterapista. Entrambi, secondo quanto trapela dall’ambiente locale, erano legatissimi a Sofia, che rappresentava la loro unica figlia. Non ci sono altri fratelli, né sorelle, a condividere questo lutto; l’intera attenzione e la protezione dei genitori, insomma, convergevano su di lei. È in questo contesto che, dal silenzio pesante dei primi giorni, potrebbe emergere un’iniziativa concreta: l’idea di costituire una fondazione intitolata alla quindicenne. Non si tratterebbe di un semplice tributo commemorativo, bensì di un tentativo – per ora ancora nelle fasi di riflessione – di «portare avanti i suoi valori», quelli sportivi e umani che la ragazza incarnava agli occhi di chi la conosceva.

Il ritorno in classe e quel posto che parla da solo

Stamattina, per la 2^ C del liceo scientifico “Nino Cortese” di Maddaloni, l’aria sarà irrespirabile. Non sarà un giorno come gli altri: il rientro tra i banchi, che dovrebbe seguire la normale routine scolastica, si scontrerà con un’assenza fisica diventata ormai una presenza ossessiva. Il posto di Sofia, vuoto, diventerà il centro visivo e psicologico dell’aula; nessun compagno potrà far finta di non vederlo. «Ora aiutiamoci», è l’appello che circola sottotraccia tra gli studenti, mentre l’intera comunità sportiva e scolastica cerca di elaborare una perdita resa ancora più assurda dalla sua improvvisità. La Procura di Roma, nel frattempo, prosegue le indagini per omicidio colposo, senza che al momento siano stati resi noti indagati o capi di imputazione specifici. Si attendono i risultati degli esami tossicologici e istologici, unici elementi in grado di certificare con precisione la catena causale che ha portato allo choc anafilattico.

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