Edith Bruck e la liberazione degli ostaggi: «Basta paragoni con la Shoah»
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Redazione Esteri
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Edith Bruck, sopravvissuta ad Auschwitz, ha visto le immagini degli ostaggi israeliani liberati da Hamas. La sua voce, carica di un’esperienza che pochi possono comprendere, non lascia spazio a fraintendimenti. «Ho visto un teatrino», dice, riferendosi alla messa in scena organizzata dal gruppo palestinese. Le immagini, diffuse da Hamas, mostrano un palco allestito in una piazza, con uomini in divisa scura appartenenti alla «Shadow unit», un’unità speciale attiva dagli anni 2000. I dettagli sono curati: fasce verdi, certificati di rilascio, ostaggi vestiti in tunnel sotterranei prima di essere esposti al pubblico.
Ma ciò che colpisce, più della coreografia, sono i volti degli ostaggi. Volti scavati, occhi senza luce, corpi emaciati. «Non sono stati liberati», osserva Bruck, sottolineando come quegli uomini portino i segni di un’esperienza che li ha svuotati. Le rughe profonde, le guance smunte, le barbe incolte raccontano una storia di sofferenza che va oltre il fisico. Gli occhi, in particolare, sembrano fissi in un vuoto che nessuna liberazione potrà colmare.
Le famiglie degli ostaggi, intanto, chiedono a Netanyahu di estendere il cessate il fuoco oltre le sei settimane previste. Domenica, a Tel Aviv, si sono riunite davanti a un edificio demolito, lo stesso dove avevano dipinto graffiti per chiedere il rilascio dei loro cari. Un gesto simbolico, che però non cancella l’angoscia di chi attende ancora notizie.




