Edith Bruck e il dibattito sul riconoscimento della Palestina: "Gaza è un massacro, ma non chiamatelo genocidio"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Edith Bruck, scrittrice e testimone della Shoah, non usa mezzi termini quando parla del conflitto a Gaza. «Credo che il riconoscimento dello Stato palestinese sia inevitabile, prima o poi», afferma in un’intervista a La Stampa, sottolineando come, senza questo passo, «l’odio non avrà mai fine». Tuttavia, la sua voce si fa netta quando respinge l’uso della parola genocidio per descrivere quanto sta accadendo. «Io l’ho vissuto, e posso dirlo: quello compiuto dai nazisti era un piano sistematico, studiato da menti fredde, architetti dello sterminio. Gaza è un massacro, ma la differenza è abissale».

La questione terminologica, per Bruck, non è un dettaglio. Richiamandosi implicitamente alle riflessioni di Hannah Arendt sulla «banalità del male», la scrittrice sembra suggerire che certe parole, se svuotate del loro peso storico, rischiano di perdere significato. Eppure, c’è chi, come David Grossman, non esita a definire genocidio la devastazione di Gaza, denunciandone la ferocia con sdegno. Una posizione che divide non solo l’opinione pubblica, ma anche chi, come Edgar Keret, scrittore israeliano, pur condannando senza riserve le azioni di Israele, evita di ricorrere a quel termine. «Posso dire che vedo città rase al suolo, milioni di persone costrette alla fame», dice Keret, «ma so che per molti quella "G" è una linea rossa».

Bruck, da parte sua, non nasconde un profondo senso di vergogna. «Mi sembra inconcepibile che si sia arrivati a questo», ammette, aggiungendo però che la pace «non riguarda solo ebrei o palestinesi, ma tutti». Un appello che risuona mentre le piazze di mezzo mondo si riempiono di manifestanti schierati con la Palestina, spesso in contrasto con le posizioni ufficiali dei governi.

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