Pensioni, il governo studia come bloccare l'aumento dell'età ma il conto potrebbe ricadere sui lavoratori

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La volontà politica della Lega di non applicare, a partire dal 1° gennaio 2027, l'adeguamento automatico dei requisiti pensionistici – che prevede un innalzamento di tre mesi per età e contributi – rischia di trasferire l'onere finanziario, stimato in circa 4 miliardi, direttamente sui futuri pensionati. Questo meccanismo di adeguamento, che si basa sui dati concernenti l'aspettativa di vita – aggiornata dall'Istat e dalla Ragioneria dello Stato a 81 anni per gli uomini e 85 per le donne –, è infatti previsto per compensare l'aumento della longevità e garantire la sostenibilità del sistema.

Per finanziare questa operazione, definita in gergo tecnico "sterilizzazione", il governo sta valutando una serie di misure alternative che potrebbero avere un impatto significativo sui percorsi di uscita dal lavoro. Tra le ipotesi più concrete circola l'abolizione di Quota 103, lo strumento che consente il pensionamento con 62 anni di età e 41 di contributi, la cui sorte appare sempre più appesa a un filo. Parallelamente, sono al vaglio anche una profonda revisione di "Opzione Donna" e l'introduzione di una nuova formula di pensione flessibile anticipata, accessibile però solo al compimento del 64° anno di età.

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