Il vuoto dopo Giovanni Tamburi, il sole di casa spento a Crans-Montana

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La veglia per Giovanni Tamburi, il sedicenne bolognese scomparso nella valanga di Crans-Montana, ha riunito in una chiesa di via Sant’Isaia una folla che, nel silenzio, cercava di dare un senso a un assurdo destino. I suoi compagni, molti dei quali faticano a trovare le parole, scoprono poi di averne più di quante immaginassero. Raccontano di un amico che “era sempre il primo a organizzare una serata”, di un rapporto di classe appena nato, “da qualche mese”, interrotto da un arrivederci mai pronunciato nell’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze. C’è chi sussurra, con una sofferenza che non ammette ancora la consapevolezza, che “gli auguri di Capodanno non sono mai arrivati”, sigillando in una frase il tempo sospeso tra la speranza e la verità.

La telefonata che conferma l'incubo

A ricevere la chiamata definitiva, quella che recita “purtroppo il dna è di suo figlio”, è stato Giuseppe Tamburi, il padre, imprenditore titolare di un’azienda vinicola. Con Giovanni, che aveva in affido fin da piccolo, condivideva un rapporto simbiotico, cementato dalla vita quotidiana. Un legame così forte da rendere ancora più straziante la consapevolezza, per lui, di aver perso suo figlio in un luogo che conosceva bene, quel locale di Crans-Montana dove andava anche in passato e che ora, per una tragica fatalità, è diventato il luogo di un addio. La madre Carla, separata, aveva fatto appello alle massime istituzioni nella fase delle ricerche, in una disperata richiesta di aiuto.

Le nonne, un amore raddoppiato nel dolore

In prima fila, nel dolore che le unisce, ci sono le due nonne, Teresa Nanni e Letizia Sassoli de’ Bianchi. Si abbracciano, si stringono, in un muto linguaggio di perdita condivisa. Per entrambe Giovanni era più di un nipote, quasi un figlio, avendolo allevato e cresciuto con un amore che ora si trasforma in uno strappo insopportabile. “L’abbiamo cresciuto, dovevamo andarcene prima noi”, è il pensiero lancinante che esprime il senso di un’ingiustizia generazionale. Letizia, in particolare, parla con una forza che attinge dalla sua fede, descrivendo Giovanni come “il mio angelo” che ora è “lassù, felice, molto più di quello che siamo noi qua”, trovando in questa convinzione, pur nella “cosa pazzesca e indescrivibile”, il coraggio per reggere al peso della tragedia.

La sorella Valentina e il dolore collettivo

La sorella Valentina, pur nel personale sgomento, ha voluto esprimere la propria vicinanza a tutti coloro che sono travolti dalla stessa ondata di lutto. “Sono vicina a tutti gli altri parenti, genitori, amici delle vittime perché è terribile per tutti noi”, ha detto, riconoscendo come la sciagura abbia colpito non una sola famiglia ma un’intera rete di affetti e di esistenze, ciascuna spezzata dalla stessa valanga. Le sue parole sottolineano una dimensione collettiva del dolore, dove il vuoto lasciato da Giovanni si somma a quello delle altre giovani vittime, creando un’assenza multipla che la comunità di amici e conoscenti si trova ad affrontare insieme, sostenendosi in un abbraccio che non può colmare la perdita ma ne attenua, forse, il senso di solitudine.

Il padre Giuseppe, nel ricordare il locale svizzero, ha sintetizzato con una metafora luminosa e straziante l’essenza di ciò che è stato perduto: “Lì ho perso mio figlio, il sole di casa”. In quelle poche parole risiede tutta la storia di un rapporto, l’immagine di una vitalità che illuminava gli ambienti domestici e che ora è stata spenta da una forza della natura, lasciando un freddo impossibile da scaldare. La veglia, con il suo fluire di ricordi, di abbracci silenziosi e di preghiere, non è stata una cerimonia di addio ma un primo, faticoso tentativo di iniziare a convivere con un’ombra, quella di un ragazzo che, per ciascuno dei presenti, aveva un ruolo e un posto unici, improvvisamente resi vacanti.

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