Lamborghini Fenomeno Roadster, la few off di Sant’Agata Bolognese che tocca i 1.080 cv
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Redazione Scienza e Tecnologia
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C’è un boato sordo che arriva dall’autodromo di Imola, e non è solo il rombo di un V12 aspirato che si avvia verso i novemila giri. Il rumore, piuttosto, è quello di una consacrazione: la seconda edizione di Lamborghini Arena ha fatto da cornice alla svelamento della Fenomeno Roadster, l’ultima creatura del programma “few off” del Toro. Con i suoi 1.080 cavalli frutto dell’unione tra un dodici cilindri da 6,5 litri e un triplo propulsore elettrico, questa open top – che guarda caso è anche la più potente mai uscita dai cancelli di Sant’Agata Bolognese – si inserisce in una dinastia iniziata nel 2009 con la Reventón Roadster. Le foto ufficiali la mostrano priva di qualsiasi copertura fissa, sfoggiando quella personalizzazione cromatica Blu Cepheus che strizza l’occhio ai cieli della tradizione, ma è sotto quella pelle che si celano i numeri da hypercar.
L’anima tecnica: un mostro ibrido da 2,4 secondi
Se ci si chiede come si possa imbrigliare tanta potenza senza un tetto a irrigidire la scocca, la risposta sta nella monofuselage. Il telaio, ispirato al mondo aerospaziale e già rodato sulla Revuelto, è stato rinforzato con una miscela fluida brevettata che alterna fibre di carbonio lunghe e corte; ne risulta una rigidità torsionale quasi identica a quella della sorella chiusa, la Fenomeno coupé, nonostante le 15 unità previste per questa roadster debbano fare i conti con un peso aggiuntivo irrisorio. Il risultato? Accelerazioni brutali: si viaggia da zero a cento in appena 2,4 secondi, si toccano i duecento km/h in 6,8 secondi e la lancetta della velocità continua a salire ben oltre i 340 km/h, fino a quando l’asfalto lo consente.
Aerodinamica e tecnologia su misura
Trasformare una coupé in una roadster senza perdere efficienza è stata una sfida vinta dagli ingegneri con l’ingegno. Per compensare l’assenza del condotto S-duct presente sul modello chiuso, hanno sviluppato un profilo aggiuntivo sopra il parabrezza che incanala l’aria sopra l’abitacolo – tenendo lontane le turbolenze – e la scarica verso il cofano posteriore per raffreddare il dodici cilindri. Sotto la carrozzeria, poi, ci si imbatte in un comparto sospensioni che strizza l’occhio alla pista: gli ammortizzatori sono racing e regolabili a mano, permettendo di abbassare l’assetto per le uscite domenicali o di alzarlo per affrontare i cordoli di un circuito. Le ruote vestono pneumatici Bridgestone Potenza Sport su misura (265/30 davanti e 355/25 dietro), disponibili anche in una mescola semi-slick pensata per chi non ha paura di sporcare il musetto di gomma.
L’esclusività del V12 e il futuro ibrido
Non c’è bisogno di cercare il prezzo sotto il cofano trasparente dove troneggia il V12, perché le cifre di questa operazione sono note solo ai pochi eletti che hanno già avuto l’ok per l’acquisto. Dei 15 esemplari previsti – una tiratura ancora più ristretta rispetto alla coupé da 29 pezzi – nessuno è più disponibile, o forse non lo sono mai stati sin dall’annuncio. La produzione inizierà a fine del prossimo anno e le prime consegne ai clienti sono calendarizzate per il 2028, ma c’è un dettaglio che rende quest’opera d’arte meccanica ancora più iconica: la scelta di mantenere vivo il V12 nonostante l’elettrificazione. Pur montando una batteria agli ioni di litio da 7 kWh che garantisce brevi tratti in modalità completamente elettrica, la Fenomeno Roadster rifiuta l’oblio del downsizing; i tre motori elettrici (due all’anteriore e uno sul cambio a doppia frizione) non sono lì per uccidere il termico, ma per esaltarlo con il torque vectoring e la frenata rigenerativa, regalando a questa open top il titolo di “ibrida più potente della storia del marchio”.




