Trump e la tregua armata: le forze Usa restano vicine all’Iran, mentre a Hormuz i pasdaran ridisegnano le rotte

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua tra Washington e Teheran, annunciata nella notte tra martedì e mercoledì e mediata dal Pakistan, regge su un equilibrio precario che sembra già incrinarsi nelle acque dello Stretto di Hormuz. Nonostante l’interruzione ufficiale dei bombardamenti dopo 40 giorni di conflitto, il presidente Donald Trump ha chiarito che la smobilitazione americana non è all’ordine del giorno. In un post sul suo social network, Trump ha spiegato che tutte le navi, gli aerei e il personale militare rimarranno schierati “in e attorno all’Iran” fino a quando non sarà raggiunto un “vero accordo”. Le sue parole, cariche di una retorica minacciosa ma al contempo vaga, lasciano intendere che la Casa Bianca considera il cessate il fuoco solo come una fase tattica: se l’intesa non dovesse essere rispettata, ha avvertito, “gli spari ricominceranno” con una violenza mai vista prima.

Proprio mentre Trump rilasciava queste dichiarazioni, la Marina dei Guardiani della rivoluzione islamica (i pasdaran) ha diramato un avviso che di fatto riscrive le regole della navigazione nel punto più strategico del Golfo Persico. Citando la possibile presenza di mine lungo il consueto itinerario più al largo, Teheran ha imposto l’utilizzo di due rotte alternative obbligatorie, entrambe costrette a passare a ridosso delle coste iraniane. I media locali, diffondendo una mappa nautica che ridisegna il traffico marittimo intorno all’isola di Larak, hanno dettagliato le nuove direttive: le navi in entrata dal mare dell’Oman dovranno procedere a nord dell’isola, mentre quelle in uscita dovranno passare a sud, abbandonando il percorso che tradizionalmente si snodava più vicino alle acque dell’Oman. Questa imposizione, che trasforma il transito in un atto di sottomissione alla sovranità iraniana, solleva interrogativi immediati sulla reale “apertura” dello Stretto che Trump dà per scontata.

L’incognita delle mine e la guerra psicologica nei fondali

La giustificazione fornita dai pasdaran per questo repentino cambio di corsie, ovvero la necessità di “evitare collisioni con mine”, non è affatto banale né priva di conseguenze legali. La pubblicazione, da parte di agenzie semi-ufficiali come la Tasnim, di una mappa che segnala una grande “zona di pericolo” proprio laddove un tempo si trovava il corridoio di separazione del traffico, suggerisce che i fondali dello Stretto siano stati minati durante le settimane di guerra. Si tratta di una mossa di guerra psicologica non dissimile da quella che, anni fa, aveva caratterizzato le tensioni tra gli Stati Uniti e l’allora regime iraniano: non è chiaro se le mine siano state effettivamente depositate o se si tratti di una finzione per scoraggiare le petroliere, ma l’effetto pratico è lo stesso. Le compagnie di navigazione, di fronte all’incertezza e al rincaro dei premi assicurativi, preferiscono seguire le indicazioni dei rivoluzionari piuttosto che rischiare un disastro ambientale ed economico. I dati di tracciamento confermano del resto che, nonostante la tregua, lo Stretto è tutt’altro che tornato alla normalità: secondo il New York Times, nessuna petroliera ha ancora osato attraversare il canale dopo l’annuncio del cessate il fuoco, mentre le uniche navi che si sono avventurate nello specchio d’acqua sono state costrette a invertire la rotta o a passare rasente la costa iraniana, esattamente come imposto dai pasdaran.

Il fronte allargato: Libano e il nodo degli alleati regionali

A complicare ulteriormente il quadro di questa fragile sospensione delle ostilità, c’è il comportamento degli attori regionali che non si sentono vincolati dall’accordo bilaterale. Mentre Trump canta vittoria per la riapertura del canale, gli Hezbollah libanesi hanno rivendicato un lancio di razzi contro il kibbutz israeliano di Manara, giustificando l’attacco come una risposta alla “violazione della tregua” da parte di Israele. Le parole del gruppo sciita sono emblematiche di una tensione che minaccia di allargare il conflitto su un secondo fronte, aggirando di fatto l’intesa siglata a Islamabad. I raid israeliani in Libano, che secondo fonti locali avrebbero causato almeno 182 vittime nelle ultime ore, sono stati duramente contestati anche dall’Onu; il portavoce di António Guterres ha avvertito che la prosecuzione dell’attività militare rappresenta “un grave pericolo” per il cessate il fuoco appena annunciato. In questo scenario, l’asse tra Washington e Tel Aviv sembra mostrare qualche crepa operativa, o quantomeno una dissonanza tattica: se per gli Stati Uniti la priorità è contenere l’Iran, per Israele la minaccia immediata resta rappresentata dalla cintura di fuoco dei proxy iraniani direttamente sui suoi confini settentrionali.

Il paradosso di Hormuz e la corsa alle infrastrutture alternative

In attesa che la diplomazia pakistana riesca a trasformare queste due settimane di tregua in un trattato stabile, i numeri raccontano una realtà economica ben diversa dalla retorica della vittoria. Sebbene i prezzi del gas e del petrolio abbiano subito un leggero calo dopo l’annuncio di Trump, lo Stretto di Hormuz rimane di fatto una prigione per le petroliere. La mossa dei pasdaran di ridisegnare le rotte forzando le navi a passare vicino alle loro batterie costiere non è solo una questione di sicurezza marittima: è la riaffermazione plastica del controllo iraniano sul collo di bottiglia energetico del mondo. Per i paesi del Golfo, alleati degli Stati Uniti, questa è la conferma di una vulnerabilità strutturale che nessun cessate il fuoco può risolvere a breve termine. L’Arabia Saudita e gli Emitati Arabi Uniti, già da tempo, stanno accelerando i progetti per bypassare Hormuz, puntando su oleodotti che colleghino i giacimenti orientali al Mar Rosso o all’Oceano Indiano. Tuttavia, anche sommando tutte le capacità alternative esistenti, la quantità di greggio che può bypassare lo Stretto non raggiunge un terzo di quella che normalmente lo attraversa. Questo significa che, per ora, l’unica via d’uscita dalla crisi passa per forza sotto gli occhi dei pasdaran, con Trump che si ritrova a dover proteggere le navi in un canale che Teheran considera ormai un’arma di ricatto negoziale più che un’infrastruttura internazionale.

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