Ucraina, possibile nuovo round negoziale a Ginevra la prossima settimana. Peskov: “Non posso confermare”
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Redazione Esteri
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Dopo i colloqui trilaterali tenutisi in Svizzera, dove le delegazioni di Russia e Ucraina si sono incontrate separatamente con i mediatori statunitensi, l'ipotesi di un immediato rilancio del tavolo diplomatico inizia a prendere forma, sebbene tra mille cautele e smentite di facciata. Fonti citate dall'agenzia Tass, infatti, lasciano intendere che un nuovo round di negoziati potrebbe svolgersi già nei prossimi giorni a Ginevra, riunendo ancora una volta attorno a sé le stesse parti in causa. Una prospettiva, questa, che arriva al termine di un confronto che non ha prodotto passi in avanti sostanziali, con le posizioni di Mosca e Kiev che, sul campo e al tavolo, rimangono distanti anni luce. E mentre si rincorrono le indiscrezioni su possibili future sedute, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha gelato gli ottimisti con una dichiarazione secca: “Non posso confermarlo”, ha detto ai giornalisti, aggiungendo che, come ormai consuetudine, “quando sarà raggiunta un'intesa, vi informeremo”. Parole che suonano come una doccia fredda, ma che fotografano perfettamente la fase di stallo e di reciproca diffidenza in cui versa il tentativo di mediazione voluto da Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e determinato a chiudere la partita entro giugno, prima delle elezioni di midterm.
Una tregua impossibile e le mosse sul campo di battaglia
Mentre la diplomazia arranca, la macchina da guerra non si ferma. Anzi, alimenta ulteriormente il clima di sfiducia. Fonti militari russe, come Vasily Mezhevykh a capo del centro stampa del Gruppo delle Forze del Nord, hanno rivendicato azioni condotte con sistemi missilistici Iskander: nel mirino sono finite strutture nella regione di Černihiv, vicino a Nižyn, dove sarebbero stati distrutti magazzini contenenti una novantina di droni a lungo raggio delle Forze armate ucraine. Un'operazione, questa, che dimostra come l'escalation continui inesorabile, con attacchi che mirano a logorare le retrovie nemiche e a ridurre la capacità di risposta di Kiev. Un quadro, quello delineato dai bollettini di guerra, che stride apertamente con la volontà, più volte dichiarata da Washington, di arrivare a una soluzione negoziata in tempi brevi. Sul terreno, la logica è ancora quella dell'usura reciproca, con l'artiglieria e i droni che dettano legge lungo la linea del fronte.
L'analisi dei servizi: Mosca punta a guadagnare tempo
A suffragare l'idea che la Russia non abbia alcuna intenzione di fermarsi arrivano le valutazioni delle intelligence europee. Cinque capi dei servizi segreti, parlando in condizione di anonimato all'agenzia Reuters, hanno dipinto uno scenario preoccupante: Mosca, a loro avviso, non cerca affatto una pace rapida. Anzi, utilizzerebbe il tavolo negoziale come una cortina fumogena per ottenere un allentamento delle sanzioni e concludere affari vantaggiosi con gli Stati Uniti, magari in settori strategici come quello delle materie prime. Un "teatro della negoziazione", lo hanno definito alcuni analisti, dove l'obiettivo reale non è fermare le ostilità ma guadagnare tempo, riorganizzare le fila e cercare di spaccare il fronte occidentale. Del resto, la scelta di Vladimir Putin di inviare a Ginevra Vladimir Medinsky, un falco noto per le sue posizioni intransigenti e per la tendenza a dilungarsi sulle "radici storiche" del conflitto, è stata letta da più parti come un chiaro segnale di chiusura. Lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha bollato come inaccettabile questo approccio, sottolineando come "non ho bisogno di sciocchezze storiche per porre fine a questa guerra", perché quella russa è solo "una tattica per prendere tempo".
Le condizioni di Kiev e la questione dei territori
Sul fronte opposto, l'Ucraina prova a giocare la carta della flessibilità pur senza cedere sui principi. Zelensky, in più occasioni, ha ribadito la disponibilità a "compromessi veri" con gli Stati Uniti, purché non si traducano in un cedimento della sovranità e dell'indipendenza nazionale. Un'offerta, la sua, che si basa su una formula chiara: "restare dove siamo", ovvero congelare il conflitto sulle linee attuali, che vedono Mosca controllare circa il 20 per cento del territorio. Una concessione non da poco, secondo il leader di Kiev, che però non può e non vuole accettare un ritiro unilaterale dal Donbass orientale. Una posizione, questa, che rischia di scontrarsi con le mire di Putin, il quale, forte di una macchina bellica che continua a macinare perdite ma anche a reclutare nuovi uomini – si parla di una mobilitazione strisciante per sopperire alle perdite che, secondo stime ucraine, ammonterebbero a 30-35mila soldati al mese tra morti e feriti gravi – punta a ottenere il massimo. Non solo la totalità del Donbass, ma anche garanzie scritte da parte della Nato affinché non si espanda ulteriormente verso est. Condizioni, queste, che rendono la prospettiva di una pace negoziata, almeno per ora, un miraggio lontanissimo.




