Ginevra, terzo round negoziale tra Usa e Iran: «aperture senza precedenti» mentre cresce la tensione militare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i capi delle delegazioni di Washington e Teheran, rispettivamente l’inviato speciale Steve Witkoff e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, si incontravano a Ginevra per il terzo round di negoziati indiretti sul nucleare, il mediatore omanita Badr al-Busaidi ha parlato di «aperture senza precedenti a idee e soluzioni nuove e creative». Le trattative, che si svolgono presso l’ambasciata di Mascate nella città svizzera, rappresentano un tentativo di disinnescare una crisi che nelle stesse ore vede un significativo accumulo di forze militari statunitensi nella regione, con il conseguente innalzamento dei livelli di allerta da parte di diversi paesi occidentali -2-5.

La cornice in cui si inserisce questo dialogo, ripreso dopo la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, è quella di una mobilitazione senza precedenti. Il Dipartimento di Stato americano ha confermato il parziale sgombero del personale non essenziale e dei familiari dei diplomatici dall’ambasciata in Libano, una misura prudenziale che si aggiunge alle raccomandazioni di numerosi governi europei — dalla Germania alla Finlandia, dalla Svezia alla Polonia — che hanno invitato i propri cittadini a lasciare l’Iran o a non recarvisi, facendo scorte di viveri e beni di prima necessità nel caso in cui la situazione dovesse precipitare -1-6. Anche nazioni extraeuropee come l’Australia hanno disposto l’allontanamento dei familiari del personale diplomatico da Israele e Libano, citando esplicitamente il «deterioramento della situazione di sicurezza regionale» -1-6.

L’offerta economica di Teheran e i piani contingenti turchi

Sul tavolo delle discussioni ginevrine, oltre alla questione centrale dell’arricchimento dell’uranio, l’Iran avrebbe messo un pacchetto di incentivi economici pensato per attrarre la propensione agli affari del presidente Donald Trump. Secondo quanto riportato dal Financial Times, Teheran starebbe cercando di trasformare lo stallo in un’opportunità commerciale per gli Stati Uniti, offrendo investimenti nei propri settori strategici — petrolio, gas e minerali essenziali — con l’obiettivo di rendere conveniente un accordo che scongiuri l’ipotesi di un conflitto. Una mossa, questa, che mira a sfruttare la volontà di Trump di chiudere intese vantaggiose per l’economia americana, presentandosi non solo come un problema di sicurezza ma anche come un partner economico potenziale.

Parallelamente alla diplomazia economica, gli scenari militari restano una variabile concreta. Lo riprova il fatto che la Turchia, paese NATO chiave nella regione, abbia aggiornato i propri piani di emergenza per far fronte a un possibile attacco statunitense contro l'Iran. Fonti vicine alla questione hanno riferito a Bloomberg che Ankara sta valutando diverse opzioni, inclusa la possibilità di un intervento diretto in territorio iraniano, non per partecipare a operazioni offensive ma per prevenire un afflusso massiccio di rifugiati attraverso il confine e gestire l’eventuale caos umanitario -3. A testimoniare la concretezza di queste preoccupazioni, la NATO ha recentemente dirottato le sue missioni di sorveglianza aerea, operanti attraverso aerei Awacs basati a Konya, dalla Russia verso l’Iran, monitorando costantemente gli sviluppi oltre il confine turco-iraniano -3. Nonostante ciò, la Direzione delle Comunicazioni turca ha dovuto smentire le voci di un’invasione pianificata, ribadendo il rispetto per l’integrità territoriale dei paesi vicini e la natura puramente difensiva e umanitaria dei preparativi in corso -3-8.

Il nodo del programma nucleare e la strategia della pressione massima

L’amministrazione Trump, dal canto suo, non ha mai nascosto che la priorità assoluta rimane quella di impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare, una linea rossa che, se superata, potrebbe innescare una guerra su larga scala in Medio Oriente. Il rafforzamento della presenza militare nel Golfo Persico, con il dispiegamento di ulteriori cacciatorpediniere e di gruppi di portaerei, prosegue infatti in parallelo ai colloqui, quasi a voler sottolineare la credibilità dell’alternativa militare qualora la diplomazia fallisse. Lo stesso presidente, tornato alla guida del paese, mantiene un atteggiamento di vigile attenzione, preferendo pubblicamente la via del negoziato ma senza escludere azioni più incisive, un approccio che aveva caratterizzato anche il suo primo mandato nei confronti delle potenze asiatiche.

Il terzo round di Ginevra si trova dunque a dover conciliare forze opposte: da un lato la volontà iraniana di trovare una soluzione che alleggerisca la pressione economica e militare, come dimostrato dalla presenza di una delegazione di alto livello comprendente esperti legali e nucleari; dall’altro la determinazione statunitense, ribadita da figure come il segretario di Stato Marco Rubio, di ottenere garanzie verificabili che il programma nucleare di Teheran abbia esclusivamente fini civili, con particolare attenzione al dossier dei missili balistici, ritenuto una componente inscindibile della minaccia -2-6.

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