L’inchiesta per omicidio su Luca Spada e il moltiplicarsi dei decessi sospetti in ambulanza: i Ris al lavoro su siringhe e bisturi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si allarga ulteriormente il numero delle vittime sotto la lente della procura di Forlì nell’ambito dell’inchiesta che vede come unico indagato Luca Spada, il ventisettenne operatore della Croce Rossa del comitato di Forlimpopoli-Bertinoro formalmente accusato di omicidio volontario continuato e premeditato ai danni di cinque anziani, tutti trasportati con l’ambulanza sulla quale lui prestava servizio come autista soccorritore. Le indagini, partite dopo la segnalazione di alcuni colleghi e il decesso sospetto di una donna di ottantacinque anni avvenuto lo scorso novembre, avevano già subito una prima impennata nei giorni scorsi con l’estensione dei controlli ad altri tre decessi, ma ora il panorama investigativo si fa ancora più complesso e articolato: gli inquirenti, coordinati dal capo della procura Enrico Cieri e dal pm Andrea Marchini, avrebbero infatti messo nel mirino ulteriori due o tre casi, portando il totale delle morti al momento ritenute “sensibili” – e dunque meritevoli di un vaglio approfondito – a una cifra che oscillerebbe tra gli otto e gli undici episodi.

A dare nuova linfa agli accertamenti, e a concentrare l’attenzione sulla ricerca di prove tecniche e inconfutabili, è il lavoro che in questi giorni sta impegnando il Ris di Parma, il Reparto Investigazioni Scientifiche dell’Arma, chiamato a setacciare con metodologie sofisticate e minuziose una serie di presidi sanitari sequestrati nella disponibilità dell’indagato. Non si tratta, come qualcuno aveva superficialmente vociferato, di una misteriosa “valigetta” piena di attrezzature anomale, bensì di un kit di materiale che, per tipologia e condizione, avrebbe insospettito gli investigatori: una decina di dispositivi, tra cui figurano aghi, siringhe – alcune delle quali ancora munite di ago e cappuccio, con residui di liquido trasparente all’interno –, cateteri venosi già utilizzati, un bisturi e persino alcuni stecchetti abbassalingua. Oggetti, questi, che secondo l’ipotesi accusatoria sarebbero “del tutto incompatibili” con il ruolo di un semplice autista soccorritore, figura che non dovrebbe normalmente praticare manovre invasive come iniezioni o prelievi.

Gli accertamenti, che hanno preso il via nella mattinata di martedì diciotto marzo nei laboratori parmensi e che proseguiranno nei prossimi giorni, si configurano come un atto tecnico irripetibile: motivo per cui, alla procedura, hanno assistito personalmente l’avvocato difensore di Spada, Gloria Parigi, affiancata dal consulente tecnico Pesaresi di Ancona, e i legali di parte offesa, tra cui l’avvocato Max Starni, che con il collega Massimo Mambelli tutela gli interessi dei familiari di quella donna di ottantacinque anni deceduta il venticinque novembre – il cui decesso, unitamente al racconto del figlio che ha notato comportamenti anomali durante il trasporto, è stato il vero e proprio detonatore dell’inchiesta. L’obiettivo primario delle analisi, come spiegato dagli stessi legali, è duplice: da un lato si cerca di isolare e tipizzare eventuali tracce di Dna riconducibili all’indagato o, al contrario, a profili genetici delle vittime che possano confermare un contatto diretto e non autorizzato; dall’altro, si tenterà di verificare l’eventuale presenza di sostanze estranee, venefiche o semplicemente anomale, all’interno dei materiali repertati, un passaggio cruciale per suffragare o confutare l’ipotesi – al momento centrale nel ragionamento accusatorio – che Spada possa aver causato i malori letali attraverso l’introduzione di aria nel circolo sanguigno, la cosiddetta “tecnica dell’embolia gassosa”, provocabile con una semplice siringa e in grado di simulare un arresto cardiaco.

Mentre la scienza passa al setaccio ogni singolo reperto, l’indagine si arricchisce di ulteriori tasselli che contribuiscono a delineare un quadro sempre più complesso. Tra le date finora acquisite al fascicolo, figurano decessi avvenuti tra febbraio e novembre del 2025, con episodi specifici come quello del tredici ottobre, giorno in cui morì Vittorio Benini, un noto musicista del forlivese la cui figlia ha affidato ai legali l’incarico di verificare se il caso paterno rientri tra quelli contestati al ventisettenne. In quell’occasione, l’uomo era stato colto da un arresto cardiaco pochi minuti dopo essere partito da una struttura di Santa Sofia a bordo di un’ambulanza condotta da Spada per una visita di routine a Forlì; un medico intervenuto tempestivamente era riuscito a rianimarlo, ma il paziente, riportato in struttura, era deceduto quattro giorni dopo. Una dinamica, questa, che presenta analogie con altre vicende al vaglio degli inquirenti: in quattro dei cinque episodi che hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati, il ventisettenne si trovava nel vano sanitario a diretto contatto con il paziente, mentre in un solo caso era alla guida. Lo stesso Spada, che si professa estraneo ai fatti e ha respinto con forza ogni addebito in numerose interviste, ha tenuto a precisare questa circostanza: “Di queste persone – ha dichiarato – tranne una che realmente è morta in ambulanza, io non so nemmeno quando fossero morte; ho appurato tramite l’avviso di garanzia che ci sono stati decessi successivi al mio trasporto anche di cinque o dieci giorni”. Una linea difensiva, la sua, che punta a circoscrivere il momento del decesso e a ribadire l’impossibilità di interventi diretti, considerato il suo ruolo professionale che non gli avrebbe mai consentito di praticare iniezioni.

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