La pirateria digitale costa cara: 1.200 euro a utente tra frodi e furto di dati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il fascino ambiguo dell’accesso gratuito a film, serie tv o partite in diretta nasconde, molto più spesso di quanto si possa immaginare, un conto salato che arriva direttamente sul conto corrente di chi ne usufruisce. Una ricerca elaborata da I-Com, presentata ieri in un rapporto dettagliato, ha quantificato quella che si potrebbe definire la tassa occulta della pirateria audiovisiva: gli utenti italiani che finiscono vittime di truffe digitali o di veri e propri furti di dati personali – fenomeni direttamente collegati alla navigazione su piattaforme abusive – perdono in media 1.200 euro a testa. Una somma che, guardando alla fascia d’età più esposta, quella tra i 45 e i 64 anni, supera addirittura i 1.500 euro a persona.

Un termine antico, una minaccia nuova

La parola “pirateria”, va detto, nasce in Inghilterra a metà del Seicento per indicare chi stampava abusivamente l’opera altrui. Ben presto, nella Londra della Gloriosa Rivoluzione del 1688, venne associata alle scorrerie dei bucanieri che infestavano i mari lontani, assumendo – e questo è il punto – un’aura quasi romantica, quella della ribellione contro i privilegi dei pochi o l’autorità statuale. Due secoli più tardi, col progresso tecnologico che consentiva la riproduzione meccanica della musica, i pirati arrivarono addirittura in Parlamento. Oggi, però, quella patina eroica è definitivamente caduta: a rimetterci non è solo il diritto d’autore, ma la sicurezza e il portafoglio degli stessi naviganti.

Il rischio nascosto dietro i banner

Sfruttando la pirateria, insomma, non si danneggia soltanto l’industria culturale. Moltissimi utenti non si rendono conto del pericolo concreto che corrono nell’usufruire di quei siti che promettono contenuti gratuiti in violazione della legge. Le pubblicità invasive – quei banner che si aprono a ogni clic – rappresentano solo una parte del guadagno per i gestori. Molte di queste realtà, infatti, si cibano letteralmente di dati rubati: profili, password, coordinate bancarie, numeri di telefono. Un mercato nero dell’informazione personale che prospera proprio grazie all’illusione del tutto gratis.

Numeri che pesano sull’economia reale

La pirateria audiovisiva, così, non costituisce solo un illecito amministrativo o penale. È anche una minaccia concreta per la sicurezza digitale degli utenti, e i numeri forniti dallo studio I-Com lo dimostrano senza ambiguità. Oltre al danno individuale dei 1.200 euro medi per chi viene colpito da frodi o furti d’identità, c’è un’altra cifra che dovrebbe far riflettere: si parla di 34 mila posti di lavoro a rischio a causa del mancato gettito fiscale e della contrazione dell’indotto legale. Un costo collettivo, insomma, che ricade su tutta la filiera, dagli autori ai tecnici, dai doppiatori ai piccoli esercenti. Perché la pirateria, alla fine, danneggia tutti. A cominciare – ironia della sorte – proprio da chi la utilizza credendo di risparmiare.

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