Omicidio a Selvazzano, il giallo di Marco Cossi e quell’auto-consegna in questura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non era soltanto una questione estetica, né un proposito generico di benessere. Per Marco Cossi, 48 anni, iscriversi in palestra aveva significato prendere in mano con una decisione ferma una parte della propria vita, con l’obiettivo di perdere peso per stare meglio – certo – ma anche per affrontare con maggiore serenità il proprio lavoro di autista. Marco, che sfiorava i due metri di altezza, aveva infatti compreso che il peso reo poteva incidere sul carico complessivo del mezzo che guidava; una consapevolezza, la sua, maturata nel silenzio delle abitudini quotidiane e nei turni di guida spesso logoranti. I dipendenti della palestra che frequentava lo ricordano come un uomo determinato, mai sopra le righe, solito presentarsi insieme a un amico e concentrato più sui risultati che sulle chiacchiere da spogliatoio. Un ritratto, quello che emerge dalle testimonianze raccolte tra i macchinari e i pesi, che pare lontano anni luce dalla cronaca nera che lo ha travolto nella notte tra domenica e lunedì a Tencarola, frazione di Selvazzano Dentro, poco distante dall’aeroporto civile di Padova.

Dieci ore di interrogatorio e un confronto senza nome

Dieci ore. Tanto è durato il confronto tra un uomo di cui non sono state rese note le generalità, gli investigatori della squadra mobile di Padova, e il pubblico ministero che si sta occupando dell’omicidio. Un colloquio serrato, condotto in Questura, che potrebbe – il condizionale è d’obbligo – aver in qualche modo orientato le indagini sul delitto avvenuto in un’area isolata nei pressi dello scalo aeroportuale. L’uomo non è stato fermato né arrestato al termine di quelle ore, ma sottoposto a un vero e proprio torchio investigativo: gli agenti, guidati dal primo dirigente Immacolata Benvenuto, hanno lavorato in coordinamento con la Procura della Repubblica, cercando di scardinare una versione che, allo stato, non avrebbe ancora dissipato tutti i dubbi sulla dinamica dell’aggressione. Marco Cossi, originario di Latisana ma residente a Selvazzano, era stato trovato agonizzante domenica sera in quell’angolo buio vicino all’aeroporto; i soccorsi, per lui, sono arrivati troppo tardi.

«Sono io quello che cercate»: la svolta inattesa

Si è presentato spontaneamente in Questura, senza essere stato convocato né individuato prima da intercettazioni o testimonianze. «Sono io quello che cercate»: questa la frase con cui il presunto responsabile si sarebbe rivolto agli agenti, innescando una procedura che ha portato al lungo interrogatorio di oltre dieci ore. Una mossa, la sua, che ha sorpreso persino gli investigatori più esperti della squadra mobile, abituati a gestire confessioni e silenzi, ma non certo a un auto-consegna così esplicita a poche ore dall’omicidio. L’identità dell’uomo resta al momento secretata – gli inquirenti hanno scelto il massimo riserbo – e non sono stati resi noti né il suo legame con Cossi, né l’eventuale movente che si cela dietro l’aggressione mortale. Quel che si sa è che il confronto in Questura non ha chiuso il caso: troppi i punti oscuri, troppe le discrepanze tra quanto riferito dal sospettato e quanto emerso dai rilievi tecnici.

Un delitto senza volto (per ora) e la ricerca della verità

Padova, dunque, resta ancora senza un volto certo per il killer di Marco Cossi. Eppure gli investigatori non si fermano alle dichiarazioni rese in quelle dieci ore di fuoco: i rilievi nella zona di via Isonzo a Tencarola hanno restituito elementi che andranno incrociati con i frame delle telecamere di sorveglianza – pubbliche e private – e con i tabulati telefonici. L’uomo che si è consegnato potrebbe avere parlato per proteggere qualcun altro, oppure per alleggerire una posizione già compromessa da un errore materiale lasciato sulla scena. Di certo c’è che l’inchiesta, coordinata dalla Procura di Padova, non ha ancora sciolto il nodo centrale: perché un autista di quasi due metri, che in palestra cercava un riscatto fisico e psicologico, è stato ridotto in fin di vita in un luogo desolato? La risposta, per ora, rimane chiusa dentro quelle dieci ore di verbali ancora secretati.

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