Il peso di una squalifica e il casco dei ventidue
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Redazione Sport
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La pista di Cortina, lo si è scritto e ripetuto, avrebbe dovuto essere il palcoscenico della velocità pura, lo spazio neutro dove il cronometro separa i campioni dagli atleti; e invece, alla vigilia della gara maschile di skeleton, è diventata il luogo geometrico di un paradosso che il Comitato Olimpico Internazionale non è riuscito a governare. Vladyslav Heraskevych, ventisettenne portabandiera della delegazione ucraina, non gareggerà. La ragione ufficiale, certificata dalla Federazione internazionale di bob e skeleton, risiede nell’inottemperanza alle direttive in merito all’equipaggiamento: il casco da lui indossato – un oggetto che lui stesso ha definito il suo Spoon River – ritrae i volti di ventidue atleti e allenatori ucraini uccisi dall’esercito russo dall’inizio dell’invasione su vasta scala, e il CIO ne ha vietato l’esposizione in gara. Gli è stata offerta una fascia nera al braccio, una soluzione che l’atleta ha rifiutato senza esitazione, e il provvedimento è divenuto esecutivo poche ore prima della sua discesa -1-8.
La presidente del CIO, Kirsty Coventry, ha incontrato Heraskevych e suo padre in cima alla pista per un ultimo, vano tentativo di mediazione. Ne è uscita con gli occhi lucidi, visibilmente scossa, e ha ripetuto ai cronisti che nessuno, lei compresa, mette in discussione la legittimità del dolore o la potenza del ricordo; ciò che viene contestato, ha spiegato, non è il messaggio in sé ma il luogo e il momento prescelti per veicolarlo, quei sessanta o centoventi secondi – a seconda dei calcoli del portavoce Mark Adams o di quelli della stessa Coventry – in cui l’atleta è in pista e violerebbe la Regola 50 della Carta Olimpica, quella che vieta ogni forma di propaganda o manifestazione politica nei siti di gara -6-7. Il paradosso, qui, diventa sostanza: la tregua olimpica viene fatta osservare non per impedire boicottaggi tra avversari, né tantomeno per scongiurare ostilità esplicite tra delegazioni in guerra, ma per censurare un tributo funebre. E mentre Heraskevych veniva estromesso, tredici atleti russi, sotto bandiera neutrale, sono regolarmente iscritti alle competizioni -3-5.
I ventidue volti e una memoria che non trova asilo
Heraskevych non è nuovo a gesti di testimonianza civile: a Pechino 2022, quando la guerra era appena iniziata, mostrò un cartello con la scritta No war in Ukraine senza subire conseguenze. Stavolta, però, la linea si è fatta più rigida, e il suo casco è stato esaminato centimetro per centimetro. Vi si riconoscono, tra gli altri, il biatleta Yevhen Malyshev, caduto nelle battaglie per Kharkiv nel marzo del 2022; il pattinatore Dmytro Sharpar, ucciso vicino a Bakhmut; la sollevatrice di pesi Alina Perehudova, morta sotto i bombardamenti di Mariupol; il pugile Pavlo Ischenko e l’hockeista Oleksiy Loginov, il tuffatore e allenatore Mykyta Kozubenko, la danzatrice Daria Kurdel, colpita da un missile su Kryvyi Rih nell’estate del 2022 -1-3. Sono alcuni dei seicentosessanta sportivi e tecnici che, secondo i dati ufficiali diffusi dalla presidenza ucraina, non potranno più competere in nessuna arena internazionale. Il casco, per Heraskevych, non è un manifesto politico; è una lista di assenti, un tentativo di portare con sé – letteralmente sulla testa – quei compagni che non hanno fatto in tempo a salire su un aereo per l’Italia.
La Regola 50, che il CIO ha evocato per giustificare il provvedimento, è stata interpretata in modo che all’atleta è sembrato arbitrario e selettivo. Lui stesso lo ha dichiarato, parlando di un doppio standard: ha citato il caso di uno skeletonista israeliano che aveva annunciato l’intenzione di indossare una kippah in ricordo delle vittime di Monaco 1972, e quello di uno snowboarder italiano che aveva esposto una bandiera russa sul casco nonostante le restrizioni vigenti, nessuno dei quali è stato sanzionato -7. Ha anche richiamato le dichiarazioni pubbliche di atleti statunitensi, critici verso alcune politiche dell’amministrazione Trump – e il riferimento all’attuale presidente degli Stati Uniti non è incidentale, ma mostra come l’espressione politica trovi vie diversamente percorribili a seconda della nazionalità di chi la esprime. Per Heraskevych, però, non c’è stata flessibilità.
L’onorificenza e il ricorso al Tas
Il giorno successivo alla squalifica, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha firmato un decreto che conferisce a Vladyslav Heraskevych l’Ordine della Libertà. La motivazione, diffusa dall’ufficio presidenziale, è singolare nella sua formulazione: si onora l’atleta per aver tenuto una posizione chiara, per aver rifiutato di piegarsi a una richiesta ritenuta lesiva della memoria dei caduti, per aver trasformato la propria esclusione in una testimonianza -3. Zelensky ha sottolineato che lo sport non dovrebbe significare amnesia, e che il movimento olimpico – nato con intenti di pace e tregua – non dovrebbe assecondare l’aggressore squalificando chi ricorda le vittime. La decorazione arriva mentre Heraskevych, insieme al suo entourage, formalizza l’intenzione di presentare ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna, nella speranza che una sede giurisdizionale riconosca ciò che il Comitato Esecutivo del CIO ha negato: la natura non politica, o comunque non propagandistica, del suo omaggio -1-8.
Dalle dichiarazioni rese pubbliche dai funzionari del CIO emerge una linea difensiva che, nel tentativo di smarcarsi dall’accusa di insensibilità, finisce per sminuire la disciplina stessa praticata da Heraskevych. Mark Adams, parlando della discesa, l’ha definita one minute, sessanta secondi in cui l’atleta dovrebbe rimanere neutrale, portabandiera di nulla se non di se stesso -6. La retorica del lasso di tempo irrisorio – che sia uno o due minuti – cozza contro la realtà di chi ha dedicato una vita a quell’unico minuto, contro il fatto che Heraskevych sia stato il primo skeletonista ucraino della storia a partecipare a un’Olimpiade, e che in quella frazione di secondo, in quella pista di ghiaccio, abbia riposto le sue ambizioni di medaglia e il senso del suo viaggio in Italia. Ridurre la competizione a un vuoto cronologico da lasciare incontaminato significa svuotare di significato l’intero percorso dell’atleta, e il paradosso non è sfuggito a chi ha seguito la vicenda da vicino.
La geografia della squalifica e il silenzio imposto
Il Villaggio Olimpico, intanto, trattiene il respiro. Heraskevych non è stato espulso, la sua accreditazione è ancora valida, e lui è rimasto a Cortina, ospite suo malgrado di una manifestazione che lo ha escluso per via di quel casco che in allenamento, incredibilmente, aveva continuato a indossare senza che nessuno glielo impedisse – lo ha fatto l’8, il 9 e il 10 febbraio, sotto gli occhi di delegati e tecnici -1. È stato solo alla vigilia della gara, quando la sua presenza è diventata imminente e concreta, che il meccanismo sanzionatorio si è attivato. Lui, che era pronto, che aveva preparato la slitta, che sentiva il peso dei ventidue volti sulla nuca, si è ritrovato improvvisamente fermo, con la possibilità di parlare solo fuori dal tracciato, nelle zone miste, nelle conferenze stampa, nei social network – tutti luoghi deputati all’espressione, ma tutti, inevitabilmente, luoghi dell’after, del dopo-gara, del dopo-carriera.
La slittinista Olena Smaha, che dopo la sua prova ha mostrato il palmo della mano con su scritto Il ricordo non è una violazione, rischia ora un procedimento analogo -2. Il precedente Heraskevych, in questo senso, è una spada di Damocle: la Regola 50 non viene applicata con automatismo, ma a discrezione del Comitato Esecutivo, e questa discrezionalità è esattamente il cuore del contendere. L’accusa di doppiopesismo, mossa dall’atleta e rilanciata dal governo ucraino, poggia proprio sulla selettività delle sanzioni: perché un omaggio ai caduti di Monaco sarebbe tollerabile e un omaggio ai caduti di Kharkiv no? Perché una bandiera russa su un casco può passare inosservata e ventidue fotografie di morti no? A queste domande il CIO non ha offerto risposta, limitandosi a ribadire la necessità di mantenere il campo di gioco libero da qualunque messaggio, quasi che la guerra – che continua fuori, con missili e droni aumentati proprio in concomitanza con l’avvio dei Giochi – possa essere messa tra parentesi per decreto.
Heraskevych se ne andrà dall’Italia senza aver gareggiato. Porterà con sé il casco, l’onorificenza, la consapevolezza di aver avuto ragione in una storia che, per dirla con le sue parole, è comunque una storia sbagliata. E il Cio, forte delle sue regole, potrà dire di aver preservato la purezza dello sport, in un’arena improvvisamente troppo silenziosa, dove il ghiaccio non porta tracce e i caduti restano ritratti soltanto su un casco messo al bando.




