Il casco di Heraskevych, il no alla presidente Coventry e il senso di un vuoto: l’atleta ucraino squalificato dai Giochi
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Redazione Sport
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La pista di Cortina, settantacinque minuti prima della discesa, è diventata il teatro di un dialogo impossibile: da un lato Kirsty Coventry, nuotatrice zimbabwese, oggi presidente del Comitato Olimpico Internazionale, che ha voluto attendere Vladyslav Heraskevych in cima al tracciato; dall’altro l’atleta ucraino, ventisettenne, portabandiera della sua delegazione, che stringeva tra le mani un casco sul quale aveva fatto applicare i volti di ventiquattro sportivi – alcuni dei quali suoi amici – uccisi dall’inizio dell’invasione russa, nel febbraio del 2022. La presidente ha chiesto, ha proposto, ha quasi supplicato; Heraskevych ha ascoltato in silenzio, poi ha scosso il capo. Non avrebbe cambiato casco. Non avrebbe accettato la fascia nera al braccio, offerta come extrema ratio dal Comitato per consentirgli comunque di gareggiare. E così, quando il cronometro della gara maschile di skeleton ha preso a scorrere, lui era già fuori, formalmente squalificato per violazione della Regola 50 della Carta olimpica, quella che vieta manifestazioni o propaganda nei siti di gara, ma sostanzialmente escluso per non aver voluto tradire un patto che sentiva più vincolante di qualsiasi regolamento.
La vicenda, che ha attraversato l’intera settimana preolimpica, ha avuto il suo culmine emotivo proprio in quel confronto a due, descritto dai presenti come breve e intenso, nel quale Coventry – la quale ha dichiarato di essersi rivolta al giovane slittinista non in qualità di massima autorità sportiva mondiale ma «da atleta ad atleta» – ha cercato di scalfire una determinazione che appariva già granitica sin dalle prime avvisaglie. L’ucraino, dal canto suo, nei giorni precedenti aveva continuato a indossare il casco commemorativo durante le sessioni di prova dell’8, del 9 e del 10 febbraio, consapevole del rischio che correva ma altrettanto convinto di non infrangere alcuna norma: «Non credo di aver violato nessuna regola», aveva ripetuto ai cronisti, «e non è vero che questo casco costituisce una dichiarazione politica offensiva verso altre nazioni». A sostegno della propria tesi, Heraskevych ha più volte richiamato il precedente di Pechino 2022, quando, al termine della sua ultima run, mostrò un cartello con la scritta No war in Ukraine senza incorrere in alcuna sanzione: allora il Cio interpretò quel gesto come un appello universale alla pace, oggi invece ha letto nei ritratti dei caduti una violazione del perimetro di neutralità imposto ai luoghi di competizione.
L’ultimo tentativo di mediazione e il ricorso al Tas
L’incontro con Kirsty Coventry, durato una decina di minuti secondo le ricostruzioni della stampa internazionale, rappresentava l’estremo tentativo del Comitato Olimpico di ricucire una frattura che ormai appariva insanabile. La presidente, visibilmente commossa nel commentare l’accaduto dinanzi ai giornalisti – alcuni dei quali hanno raccolto le sue parole interrotte dalle lacrime – ha tenuto a precisare che nessuno, lei per prima, metteva in discussione il valore del messaggio: «È un messaggio potente, è un messaggio di memoria», ha dichiarato, «e nessuno lo contesta. Il problema non è il cosa, ma il dove». E quel dove, il campo di gara, per il Cio deve restare uno spazio neutro, impermeabile a qualsiasi rivendicazione, per quanto nobile essa sia. Heraskevych, dal canto suo, non ha accettato la distinzione: «Mi hanno detto che il casco non sarebbe stato visibile in pista, data la velocità», ha raccontato al termine del colloquio, «ma allora perché vietarlo?». Poco dopo la comunicazione ufficiale della squalifica, emessa dalla Federazione internazionale di bob e skeleton e ratificata dal Cio con il ritiro dell’accredito, l’atleta ha annunciato l’intenzione di adire il Tribunale Arbitrale dello Sport, convinto che la discriminazione subita – altri atleti, ha sostenuto, si sono espressi liberamente senza conseguenze – meriti un vaglio giurisdizionale.
La natura stessa della sanzione, che non si è limitata all’esclusione dalla singola prova ma ha comportato la revoca della partecipazione all’intera manifestazione olimpica, ha sollevato interrogativi sulla proporzionalità del provvedimento. Heraskevych, reduce da un quarto posto ai mondiali e considerato tra i possibili medagliati della disciplina, ha visto dissolversi in pochi minuti non solo un sogno personale ma anche, come ha avuto modo di dichiarare, la possibilità di portare idealmente con sé quei ventiquattro ragazzi che non possono più gareggiare: tra loro Dmytro Sharpar, pattinatore artistico; Yevhen Malyshev, biatleta; Alina Perehudova, sollevatrice di pesi; Pavlo Ischenko, pugile; Oleksiy Loginov, hockeista; Ivan Kononenko, attore e atleta; Mykyta Kozubenko, tuffatore e allenatore; Oleksiy Habarov, tiratore; Daria Kurdel, danzatrice. Alcuni di questi nomi, ha spiegato lo skeletonista, appartenevano alla sua cerchia personale, altri li aveva incrociati nelle palestre e nei centri di preparazione: tutti, ha aggiunto, facevano parte della famiglia olimpica.
Il valore della memoria e il cartellino rosso del Cio
La decisione del Comitato Olimpico, maturata dopo un confronto serrato tra i giuristi della Federazione e i rappresentanti dell’organismo presieduto da Coventry, si fonda su un’interpretazione estensiva del divieto di propaganda politica, ma soprattutto sulla volontà di tracciare un confine netto tra ciò che è consentito nelle zone miste e nei canali social – dove gli atleti godono di ampia libertà espressiva – e ciò che invece non è tollerabile sulla pista, sul podio o nel villaggio olimpico. Un confine che, nel caso specifico, ha finito per contrapporre la rigidità del codice scritto alla forza simbolica di un gesto che non chiedeva di essere propaganda, bensì testimonianza. Heraskevych, nei suoi interventi pubblici, ha più volte ribadito di non aver mai inteso offendere alcuno: «La regola», ha argomentato, «riguarda le dichiarazioni politiche che danneggiano altre persone e altre nazioni. Questo non è il nostro caso. Qui si tratta di ricordare ragazzi che hanno fatto parte del movimento olimpico e che sono morti sotto i bombardamenti».
Il paradosso, se così si può definire, è che proprio il clamore suscitato dalla squalifica ha amplificato quel messaggio che il Cio intendeva confinare fuori dal perimetro di gara. La vicenda ha rapidamente valicato i confini delle cronache sportive per assumere una rilevanza politica e diplomatica, culminata – nelle ore immediatamente successive alla notifica del provvedimento – nella decisione del presidente ucraino di conferire a Heraskevych l’Ordine della Libertà, massima onorificenza nazionale, motivata con il riferimento al «servizio disinteressato al popolo ucraino, al coraggio civico e al patriottismo nella difesa degli ideali di libertà e dei valori democratici». Un riconoscimento che ha di fatto trasformato l’atleta squalificato in una figura simbolica, quasi istituzionale, della resistenza culturale del proprio Paese. Nulla di tutto questo, verrebbe da osservare, sarebbe accaduto se il casco fosse stato semplicemente tollerato; e nulla di tutto questo, certamente, era negli auspici di un Comitato Olimpico che proprio nelle Olimpiadi di Milano-Cortina aveva riposto la speranza di una tregua, anche solo mediatica, dalle tensioni geopolitiche che continuano ad attraversare il continente europeo.




