Il commercio degli animali selvatici e quel rischio zoonosico quantificato per la prima volta su Science
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Redazione Salute
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Un’allerta silenziosa, destinata a riaccendere i riflettori su una delle pratiche più opache e pericolose del nostro tempo, arriva direttamente dalle pagine della prestigiosa rivista “Science”. Una ricerca internazionale, frutto del lavoro congiunto di Jérôme Gippet dell’Università di Friburgo e Colin Carlson dell’Università di Yale, ha finalmente messo un numero chiaro davanti a un sospetto che da decenni inquieta la comunità scientifica: la relazione perversa tra il mercato globale della fauna selvatica e la salute pubblica. Lo studio, che ha analizzato decenni di scambi commerciali incrociandoli con vasti database epidemiologici, rivela che il 41% delle specie coinvolte in questo traffico – legale o clandestino che sia – ospita agenti patogeni (virali, batterici, fungini e parassitari) con una comprovata capacità di fare il salto di specie, quella che gli esperti chiamano zoonosi.
Il dato diventa ancora più brutale quando si restringe il campo ai mammiferi, i quali rappresentano il serbatoio più temuto per future emergenze sanitarie. Tra le specie commercializzate, quasi una su due veicola almeno un patogeno capace di infettare l’essere umano; una percentuale che crolla a un misero 6% se consideriamo i mammiferi selvatici che vivono indisturbati nei loro ecosistemi. È la prova matematica – se ancora ce ne fosse bisogno – che la cattura, la detenzione e lo scambio di animali vivi non degradano solo il benessere degli esemplari, ma funzionano come un acceleratore evolutivo per microbi che, in condizioni normali, non avrebbero mai la possibilità di incontrarci.
Dalle zecche ai mercati, il meccanismo silenzioso dello spillover
Per comprendere la portata del fenomeno, occorre chiarire cosa intendiamo quando parliamo di zoonosi. L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) definisce queste malattie come infezioni trasmesse direttamente o indirettamente tra gli animali e l’uomo, che sia attraverso un contatto fisico, la puntura di un artropode vettore come le zecche, o il consumo di carne contaminata. Le statistiche europee parlano chiaro: tra un terzo e la metà di tutte le malattie infettive che colpiscono l’uomo hanno questa origine. E nell’ultimo decennio, circa il 75% dei nuovi patogeni emersi (pensiamo al virus del Nilo occidentale) ha compiuto proprio questo tragitto.
Il lavoro di Gippet e Carlson aggiunge un tassello cruciale a questo quadro, introducendo la variabile temporale. Il rischio di spillover non è statico; cresce in modo esponenziale con il tempo che una specie trascorre all’interno dei circuiti commerciali. I ricercatori hanno calcolato che per ogni decennio di persistenza di una specie in questi mercati, si aggiunge mediamente un patogeno condiviso con l’uomo. È la logica del “melting pot” biologico: in condizioni di sovraffollamento, stress cronico e scarsissima igiene – caratteristiche tipiche soprattutto dei canali illegali – i virus trovano l’ambiente ideale per ricombinarsi, mutare e testare nuove vie di fuga verso l’organismo umano.
Il peso del commercio illegale e il paradosso della carne selvatica
Se il commercio legale rappresenta già un rischio considerevole, è nelle pieghe del mercato nero che si annida la minaccia più insidiosa. Il fenomeno è pervasivo: coinvolge circa un quarto di tutte le specie di mammiferi esistenti, alimentando un giro d’affari oscuro che tocca la vendita di animali da compagnia esotici, la moda delle pellicce, e persino il mercato della cosiddetta “bushmeat” (carne di animali selvatici). Operazioni recenti delle autorità italiane, come i sequestri effettuati dal Comando Carabinieri Cites nel Lazio, dimostrano quanto il fenomeno sia radicato anche in Europa: serpenti pericolosi, felini come caracal e serval, e tartarughe azzannatrici vengono introdotti illegalmente attraverso spedizioni postali o trasporti su gomma, spesso acquistati online o in fiere specializzate all’estero.
Questa economia sommersa non solo elude le maglie della Convenzione di Washington (Cites), che regola il commercio delle specie a rischio di estinzione, ma vanifica qualsiasi tentativo di sorveglianza epidemiologica di base. A differenza degli animali d’allevamento, sottoposti a rigidi protocolli veterinari, un primate o un roditore catturato in foreste remote e stipato in una cassa non viene testato per la tubercolosi, il vaiolo delle scimmie o l’ebola. Eppure, la pressione sugli ecosistemi aumenta: come osservato da più parti, la proliferazione di vegetazione invasiva e l’espansione delle aree selvatiche a contatto con i centri abitati stanno aumentando i casi di zoonosi anche in assenza di commercio, ma è lo scambio globale di esemplari vivi a trasformare un problema locale in una bomba a orologeria planetaria.
40 anni di dati e un allarme che interroga la biosicurezza globale
Analizzando 40 anni di dati storici, lo studio pubblicato su “Science” ha dimostrato che non esiste un “commercio sicuro” quando si ha a che fare con esseri viventi non addomesticati. Ogni esemplare spostato, ogni mercato rifornito, crea una “pietra di passaggio” (steppingstone) lungo la quale i virus possono tentare l’adattamento all’uomo. È un meccanismo che abbiamo già visto all’opera in passato con l’HIV, con l’Ebola e, molto più di recente, con la Sars-Cov-2, il cui percorso di spillover è stato ricondotto proprio ai mercati di animali vivi. L’EFSA, nei suoi rapporti annuali, registra un aumento costante dei casi umani di malattie come la campilobatteriosi e la salmonellosi, spesso legate a filiere alimentari contaminate, ma il pericolo maggiore rimane quello della comparsa improvvisa di un nuovo “virus X”.
La soluzione, avvertono gli autori, non può limitarsi a bandire singole specie ritenute pericolose. La quantità stessa del commercio è il fattore di rischio. Ridurre il volume globale degli scambi – non solo di animali vivi ma anche dei loro derivati – è l’unica strada per abbassare la frequenza di questi incontri forzati tra specie che la natura non aveva previsto. In attesa che le politiche internazionali integrino criteri stringenti di salute pubblica nelle normative Cites, il monito della scienza è chiaro: lasciare la fauna selvatica nei suoi ecosistemi non è solo una scelta etica o conservazionista, ma una strategia di prevenzione pandemica elementare e irrinunciabile.




