Il primo caso al mondo di trasmissione all’uomo di un virus marino: rischio congiuntivite grave e cecità
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Redazione Salute
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Non solo i patogeni terrestri, ormai noti anche al grande pubblico per le loro capacità epidemiche, rappresentano una minaccia per l’organismo umano. A sconvolgere le attuali certezze dell’epidemiologia moderna, infatti, arriva ora una notizia destinata a far discutere la comunità scientifica internazionale: per la prima volta nella storia della medicina, un virus di origine marina – identificato come “Covert Mortality Nodavirus” (CMNV) – ha compiuto il cosiddetto “salto di specie”, infettando un essere umano e provocando in alcuni casi una drammatica compromissione della vista che, nei quadri clinici più severi, può arrivare fino alla cecità. L’infettivologo Matteo Bassetti ha diffuso l’allarme attraverso i propri canali, citando uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Microbiology. Questo studio cinese, condotto da ricercatori dell’Istituto di pesca marina di Huangshui (al quale si deve l’identificazione del meccanismo patogeno), ha dimostrato come il virus, ritenuto fino a ieri un esclusivo patogeno per crostacei e pesci, sia invece in grado di attaccare i tessuti oculari umani.
Un patogeno subacqueo che colpisce l’occhio umano
La ricerca, che ha analizzato campioni biologici di pazienti affetti da una forma particolare di uveite – definita in gergo tecnico come “uveite anteriore virale ipertensiva oculare persistente” (POH-VAU) – ha infatti rivelato la presenza del virus CMNV nei tessuti dell’iride. A differenza di altre infezioni virali oculari che rispondono ai tradizionali trattamenti antinfiammatori, questo specifico agente patogeno (che gli esperti hanno isolato e sequenziato nei laboratori asiatici) causa un aumento della pressione intraoculare difficilmente controllabile, generando una sintomatologia che ricorda da vicino quella del glaucoma. L’infiammazione, che nei soggetti colpiti si presenta in forma ricorrente e progressiva, è accompagnata da un danno persistente al nervo ottico; in uno dei casi documentati – come sottolineato da Bassetti – si è purtroppo giunti alla perdita totale della funzione visiva, segnando un tragico precedente nella casistica delle zoonosi. I ricercatori, attraverso la microscopia elettronica e tecniche di spettrometria di massa, hanno verificato che le proteine virali rinvenute nell’occhio umano presentano una omologia del 98,96% con quelle presenti nei gamberetti infetti, prova inconfutabile del crossover biologico.
Il consumo di frutti di mare crudi e la manipolazione dei pesci sotto accusa
Se il virus è riuscito a superare la barriera di specie (un evento che i virologi definiscono “spillover”), lo si deve molto probabilmente alle abitudini alimentari e lavorative dell’uomo. L’indagine epidemiologica condotta dagli scienziati ha messo in luce due principali vie di esposizione, che da sole spiegano la totalità dei contagi esaminati. La prima, e forse la più insidiosa per i consumatori, è rappresentata dall’assunzione di frutti di mare crudi o poco cotti; la seconda, che riguarda principalmente chi opera nel settore della pesca e della trasformazione ittica, è invece legata al contatto diretto con fluidi biologici degli animali marini, in particolare durante la pulizia e la lavorazione senza adeguati dispositivi di protezione. I dati parlano chiaro: nella maggior parte dei casi analizzati (circa il 71,4% dei pazienti), i soggetti avevano una storia di manipolazione non protetta di prodotti ittici oppure ammettevano di consumare abitualmente pesce crudo. Un dettaglio, questo, che getta un’ombra preoccupante sulle tradizioni culinarie che prevedono l’assunzione di piatti a base di ostriche, ricci di mare o crostacei non sottoposti a cottura, i quali potrebbero dunque veicolare l’infezione direttamente all’occhio attraverso un meccanismo ancora oggetto di studio.
Dalla barriera corallina all’oculista: il percorso clinico del virus
Un altro aspetto di notevole interesse scientifico, emerso dalla sperimentazione animale che ha accompagnato lo studio, riguarda l’altissima adattabilità del CMNV. A differenza di altri patogeni acquatici che trovano nell’organismo umano un ambiente sterile e inospitale, questo nodavirus ha dimostrato – nei modelli murini – una spiccata capacità di replicazione nei tessuti dell’occhio, causando nei topi da laboratorio lo stesso aumento di pressione endoculare osservato negli esseri umani. Gli esperimenti in vitro hanno inoltre confermato che il virus è in grado di infettare le cellule epiteliali corneali umane, dimostrando una versatilità biologica che ha letteralmente “sbalordito” i ricercatori, i quali fino a pochi mesi fa escludevano categoricamente che un agente patogeno dei pesci potesse rappresentare un pericolo per la nostra specie. “È allarmante constatare che il virus presenta un’ampia gamma di ospiti – ha dichiarato Bassetti nel suo intervento pubblico – infettando invertebrati, pesci e mammiferi; un livello di adattabilità che rappresenta una nuova frontiera per le malattie infettive”.




