Il rischio cardiovascolare dopo un virus respiratorio, come influenza e Covid
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Redazione Salute
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Con l'arrivo della stagione fredda, che annualmente porta con sé la circolazione di agenti patogeni, l'attenzione si concentra sui sintomi più evidenti delle infezioni respiratorie, quelli che costringono a letto con febbre, tosse persistente e una spossatezza generale. Ciò che invece rimane spesso celato, non manifestandosi in modo così palese, è l'effetto a medio termine su alcuni degli organi più vitali, un'eredità pericolosa che l'infezione può lasciare anche dopo la scomparsa dei malesseri più acuti. Una revisione sistematica di ampia portata, pubblicata sul Journal of the American Heart Association e condotta da un team dell'Università della California, ha messo in luce questa connessione sottile ma significativa, analizzando i dati provenienti da un consistente numero di studi precedenti.
L'aumento del pericolo per cuore e cervello
La metanalisi, coordinata dal ricercatore Kosuke Kawai, ha rivelato come, durante le settimane immediatamente successive a un'infezione da virus respiratori – categoria in cui rientrano, com'è noto, sia l'influenza stagionale che il Sars-CoV-2 –, la probabilità di eventi vascolari acuti subisca un'impennata considerevole. Nello specifico, il rischio di essere colpiti da un infarto miocardico o da un ictus ischemico può arrivare a quintuplicarsi, presentando dunque un picco in quella che può essere definita la fase di convalescenza. Questo fenomeno, che interessa una parte di coloro che si ammalano, delinea un pericolo "nascosto", il quale merita una particolare attenzione proprio perché non coincide temporalmente con la fase più critica della malattia virale.
Il confronto tra infezioni acute e croniche
Lo studio, senza soffermarsi su singoli casi clinici, ha operato una distinzione fondamentale tra le tipologie di infezione, confrontando le dinamiche delle patologie acute con quelle di natura cronica. Se i virus respiratori, la cui azione si esaurisce in un lasso di tempo relativamente breve, scatenano un aumento brusco del rischio cardiovascolare concentrato in un periodo preciso, altre infezioni virali a decorso prolungato – si menziona, a titolo esemplificativo, l'HIV – comportano un innalzamento delle probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari che, al contrario, si diluisce e persiste nel tempo. Entrambi gli scenari, seppur con tempistiche differenti, convergono verso un medesimo esito: un carico maggiore per l'apparato cardiocircolatorio.
Le evidenze su un invecchiamento vascolare precoce
Ulteriori evidenze, che corroborano le conclusioni della ricerca americana, giungono da un altro lavoro scientifico europeo, il quale ha approfondito le conseguenze del Covid-19 sul sistema vascolare. La ricerca, presentata in un congresso di cardiologia e pubblicata sull'European Heart Journal, ha stimato che un'infezione da Sars-CoV-2, persino nelle sue forme meno severe, possa accelerare il processo di invecchiamento delle arterie. Nelle donne, in particolare, è stato osservato un ispessimento e una ridotta elasticità delle pareti vasali paragonabile a un invecchiamento fisiologico di circa cinque anni, un dato che fornisce una possibile spiegazione biomeccanica all'aumentato rischio di eventi acuti riscontrato a livello epidemiologico.




