I lavoratori della Leuci vincono in appello e l’Inail cambia rotta sui risarcimenti per l’amianto
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Redazione Interno
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Una battaglia legale che sembrava non finire mai si è conclusa favorevolmente per gli ex dipendenti della Leuci, la fabbrica di lampadine i cui cancelli sono stati chiusi definitivamente nel 2013. I lavoratori, che per anni hanno respirato polveri sottili e fibre letali all’interno degli stabilimenti, hanno ottenuto una vittoria significativa in sede di Appello contro l’Inps, vedendosi riconoscere il diritto a quei risarcimenti legati all’esposizione all’amianto che per troppo tempo erano rimasti un miraggio. La sentenza, accolta con soddisfazione dalla presidente del Gruppo aiuto mesotelioma Cinzia Manzoni nel corso di una conferenza stampa tenutasi questa mattina nella piazzetta interna dell’Isolago, rappresenta un precedente importante non solo per chi ha vinto la causa, ma anche per tutti coloro che stanno ancora aspettando giustizia. E non è l’unica novità positiva, perché parallelamente l’Inail sembra orientato ad accogliere le richieste di riconoscimento dell’invalidità al 100% per i malati di mesotelioma, la patologia tumorale strettamente correlata all’inalazione di fibre di amianto, semplificando un iter che finora è stato spesso tortuoso e doloroso per le famiglie delle vittime.
Un messaggio Inps chiarisce il coordinamento tra Naspi e pensionamento anticipato
A complicare ulteriormente il quadro previdenziale per chi ha lavorato a contatto con la fibra killer, si inserisce la necessità di fare chiarezza sui meccanismi di accesso alla pensione. Con il messaggio numero 762 del 4 marzo 2026, non ancora pubblicato sul sito dell’Istituto ma di cui già si conosce la sostanza, l’Inps ha fornito indicazioni precise su come coordinare l’indennità di disoccupazione Naspi con il raggiungimento dei requisiti per il pensionamento anticipato. Il beneficio, riservato a chi può vantare periodi di esposizione all’amianto superiori ai dieci anni o a coloro che hanno contratto una malattia professionale a causa di quell’esposizione, prevede una maggiorazione contributiva con coefficiente pari a 1,5. Questo significa, in termini pratici, che ogni anno lavorato in presenza di amianto viene conteggiato come un anno e mezzo, consentendo così di accumulare i contributi necessari per lasciare il lavoro prima del tempo o per aumentare l’importo dell’assegno pensionistico.
Il caso di Pozzuoli e la battaglia di un ex operaio Gecom
Una vicenda analoga, per certi versi esemplare della complessità di queste pratiche, arriva dal Tribunale del lavoro di Napoli. Claudio Lo Moriello, ex operaio dello stabilimento Gecom di Pozzuoli, ha ottenuto una sentenza favorevole che condanna l’Inps a ricalcolare la sua pensione, riconoscendo la rivalutazione dei contributi previdenziali per i vent’anni trascorsi in un ambiente contaminato dall’amianto. La storia di Lo Moriello, che negli anni successivi al pensionamento ha visto comparire i primi problemi respiratori fino a ottenere dall’Inail nel 2022 la certificazione della malattia professionale, racconta quanto possa essere accidentato il percorso per vedere riconosciuti i propri diritti. Dopo che l’Inps aveva respinto la sua domanda di ricostituzione della posizione contributiva nel 2023, l’uomo è stato costretto a intraprendere un nuovo ricorso giudiziario che solo ora, dopo anni, si è concluso positivamente con la condanna dell’Istituto a pagare gli arretrati maturati dal 2018, oltre agli interessi.
I paradossi giudiziari e la svolta arrivata con la malattia professionale
La decisione del giudice napoletano assume un rilievo particolare se inserita nel contesto più ampio delle traversie giudiziarie che hanno coinvolto altri operai del medesimo stabilimento flegreo. In una prima fase, alcuni lavoratori erano riusciti a ottenere il riconoscimento dei benefici previdenziali legati all’esposizione all’amianto, salvo vedersi successivamente ribaltare la decisione in Appello con conseguente revoca di quanto già riconosciuto. Una situazione paradossale, che aveva portato perfino alla richiesta di restituzione delle somme già percepite, aggravando ulteriormente la condizione di chi aveva già pagato un prezzo altissimo in termini di salute. Nel caso di Lo Moriello, come in quello di molti altri ex dipendenti della Gecom, la svolta è arrivata proprio dal riconoscimento della malattia professionale da parte dell’Inail, un elemento nuovo che ha permesso di fondare l’azione giudiziaria su presupposti diversi, portando infine alla sentenza favorevole del Tribunale. Il principio affermato dal giudice, secondo cui il diritto alla rivalutazione contributiva è autonomo e può essere fatto valere anche dopo il pensionamento quando emergano nuovi elementi come la certificazione della malattia professionale, apre la strada a numerose altre richieste da parte di lavoratori che si trovano in situazioni analoghe.




