Il conflitto in Medio Oriente congela il lusso: negozi chiusi e titoli in caduta libera
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Redazione Economia
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Le immagini che arrivano da Dubai mostrano un paesaggio surreale per chi conosce la frenesia abituale dei suoi mall: gallerie deserte, boutique con le serrande abbassate e quel silenzio innaturale che contrasta con lo sfarzo di marmi e vetrine. L’escalation militare che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran, con il presidente Trump nuovamente alla Casa Bianca, non ha conseguenze solo sul fronte geopolitico, ma si abbatte come un’onda d’urto su uno dei settori economici più floridi e apparentemente distanti dalla guerra, quello della moda e del lusso. I grandi gruzi internazionali, colpiti prima da un deciso ribasso in Borsa, devono ora fare i conti con la paralisi operativa in un’area che fino a ieri rappresentava il mercato più dinamico a livello globale.
Kering, il colosso francese che controlla maison come Gucci, Balenciaga e Bottega Veneta, ha optato per una linea di massima prudenza: i suoi punti vendita sono stati temporaneamente chiusi negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait, in Bahrein e in Qatar, e ogni viaggio d'affari verso la regione è stato sospeso a tempo indeterminato. Una decisione analoga è stata presa da Chalhoub Group, il principale operatore retail della zona con i suoi circa 900 negozi che distribuiscono marchi del calibro di Versace, Jimmy Choo e Sephora. Se in Bahrein l’attività è stata completamente interrotta, in altri paesi chiave come Emirati, Arabia Saudita e Giordania, le boutique restano aperte ma con un organico ridotto al minimo, operando su base volontaria per il personale – una formula che in regimi come questi solleva più di un interrogativo su come venga gestita concretamente la sicurezza dei lavoratori.
Una bolla di crescita che si sgonfia all'improvviso
La fragilità della situazione emerge con chiarezza dai dati di mercato. Nel giro di poche ore, i titoli di LVMH, Hermès e Richemont hanno subito perdite comprese tra il 4 e il 6%, un segnale inequivocabile di come gli investitori percepiscano il rischio per un comparto che, sebbene veda in Medio Oriente solo una fetta compresa tra il 5 e il 10% della spesa globale per beni di lusso, aveva individuato in quell’area l’unico vero motore di crescita in un contesto mondiale di rallentamento. Secondo le analisi della società di consulenza Bain, la regione era stata la grande protagonista dell’ultimo anno per performance nel settore, mentre in Cina e in Europa le vendite di borse e accessori di alta gamma mostravano segni di stanchezza. Ora, con gli aeroporti chiusi o sotto attacco – uno dei missili ha persino danneggiato il Fairmont Palm, hotel a cinque stelle di Dubai – il flusso turistico si è bruscamente interrotto e le prospettive per le prossime settimane appaiono a dir poco incerte.
Il rischio concreto per l'indotto e la filiera produttiva
Dietro la chiusura di una boutique a Doha o a Dubai, però, non c’è solo il mancato guadagno di un’azienda multinazionale. C’è un indotto ben più ampio e radicato che, specialmente per l’Italia, rappresenta un pezzo fondamentale dell’economia reale. La stragrande maggioranza dei prodotti di lusso dei grandi brand globali nasce proprio nei laboratori e nelle fabbriche del nostro paese, dove lavorano migliaia di artigiani, pellettieri e tecnici specializzati. Se i negozi del Golfo restano chiusi per settimane, l’effetto domino si riversa immediatamente sugli ordini e sulla produzione. Gli esperti del settore parlano chiaro: se si considera che il mercato del travel retail nella zona vale tra i 5 e i 6 miliardi di dollari, anche solo un mese di blocco significherebbe perdere centinaia di milioni di euro, con ricadute pesanti su un’intera filiera che dà lavoro a centinaia di migliaia di persone e che contribuisce in maniera determinante al nostro prodotto interno lordo.
Piani di espansione e nuovi investimenti nel mirino
La guerra arriva nel momento forse più inopportuno per le strategie di marketing e sviluppo dei grandi marchi. Solo pochi giorni prima dell’inizio delle ostilità, Cartier aveva inaugurato una sfarzosa esposizione di alta gioielleria nel Keturah Park di Dubai, mentre Louis Vuitton aveva organizzato un evento esclusivo al Jumeirah Marsa Al Arab e Sephora aveva appena lanciato il suo primo marchio di bellezza saudita. Un impegno finanziario e d’immagine notevole, che ora rischia di essere vanificato dall’instabilità. Nemmeno i colossi del fast fashion, che avevano pianificato un’aggressiva espansione nella regione, sono immuni: Primark, ad esempio, aveva annunciato l’apertura di tre negozi a Dubai e altri in Bahrein e Qatar entro l’anno, ma ora osserva con apprensione l’evolversi della situazione. La chiusura anche temporanea dei negozi Apple e di H&M in alcune zone, così come la sospensione delle consegne da parte di Amazon, dimostrano che la preoccupazione ha travolto ogni segmento del mercato, gelando quella che fino a poche settimane fa veniva considerata la nuova frontiera degli acquisti di lusso a livello mondiale.
Description: La guerra in Medio Oriente blocca il lusso: Kering e Chalhoub chiudono i negozi nel Golfo. Mall deserti a Dubai e titoli in Borsa in forte calo per i colossi della moda.




