Imprese, un costo nascosto da 650 milioni: l’autocertificazione pesa come un balzello

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Ogni anno, e questo è un dato che dovrebbe far riflettere, il sistema produttivo italiano brucia qualcosa come 650 milioni di euro per adempiere a un obbligo formale: le prime dieci autocertificazioni più ricorrenti. A rivelarlo è una ricerca della Fondazione Promo PA, presentata nei giorni scorsi, che ha quantificato un fardello burocratico spesso sottovalutato, fatto di moduli, timbri e dichiarazioni sostitutive che finiscono per assorbire risorse preziose. Secondo Santocono, esponente di InfoCamere, si tratta di un’enormità – un vero e proprio investimento forzato – che però potrebbe essere drasticamente ridimensionato. Come? Attraverso la Piattaforma digitale nazionale dati (Pdnd), uno degli strumenti concepiti e finanziati dal Pnrr negli scorsi anni, pensata per far dialogare i vari archivi pubblici senza bisogno che sia l’impresa a fare da tramite.

Il nodo della semplificazione e il ruolo del registro delle imprese

Proprio su questo fronte interviene il sistema camerale, che con il Registro delle Imprese – gestito tramite InfoCamere – si propone ormai come un perno della Pubblica Amministrazione. Prete, per Unioncamere, lo ha ribadito con chiarezza: lo strumento non serve solo a tenere in ordine le anagrafiche, ma risponde a un bisogno primario del mondo produttivo, ossia meno burocrazia. L’obiettivo dichiarato, forse ambizioso ma tecnicamente perseguibile, è arrivare a non dover più fornire certificati. Un traguardo che passerebbe attraverso il cosiddetto “Cassetto digitale dell’Imprenditore”, oggi confluito nell’app “Impresa Italia”. Qui l’azienda trova già visure, bilanci e documenti chiave; il passo successivo è integrarli con le altre dieci autocertificazioni.

L’app che mette i dati in tasca (allo smartphone)

Ghezzi, sempre di InfoCamere, ha spiegato l’evoluzione già in atto: “Ciò che possiamo fare oggi, grazie all’app del Registro Imprese denominata ‘Impresa Italia’, è mettere a disposizione dell’imprenditore, direttamente sul suo smartphone, tutti i dati della sua azienda”. Nessun più bisogno di recarsi fisamente agli sportelli o di attendere tempi morti per un estratto conto camerale. L’interfaccia digitale, insomma, trasforma un dispositivo personale in una sorta di sportello virtuale sempre aperto. Ma la vera svolta, e Ghezzi non ha nascosto le tempistiche, arriverà nei prossimi mesi: grazie alla piattaforma Pdnd, l’app integrerà progressivamente anche le principali autocertificazioni, facendo cadere uno dopo l’altro i muri di carta che ancora separano i dati tra diversi enti.

Un risparmio concreto senza bisogno di nuove leggi

Quello che la ricerca della Fondazione Promo PA mette in nero su bianco è un paradosso tutto italiano: spendiamo centinaia di milioni di euro per dichiarare cose che lo Stato, in molti casi, già sa. La tecnologia per risolverlo c’è ed è stata pagata con risorse europee. La Pdnd non è un prototipo teorico, ma un’infrastruttura operativa; quello che manca è spesso una spinta culturale e un uso effettivo da parte delle stesse imprese, molte delle quali ancora inconsapevoli del tempo – e del denaro – che perdono nel loop cartaceo. Ridurre quel costo di 650 milioni non richiederebbe grandi riforme, ma semplicemente un’adozione sistematica di ciò che è già stato costruito. E forse, proprio nella normalità di uno smartphone, si gioca una delle partite più serie per la competitività del tessuto produttivo.

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