Il nuovo primato di Pignataro, l'allarme che arriva da chi l'IA la costruisce: «Le stiamo insegnando come sostituirci»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La classifica in tempo reale di Forbes, aggiornata al febbraio del 2026, certifica il passaggio di testimone al vertice della ricchezza nazionale: Andrea Pignataro, fondatore e amministratore delegato del gruppo Ion, scavalca Giovanni Ferrero con un patrimonio stimato in 42,8 miliardi di dollari, circa mezzo miliardo in più rispetto al re della Nutella che deteneva quel primato ininterrottamente da oltre quattro anni. Un traguardo, questo, che arriva per un imprenditore bolognese, cinquantacinquenne, da sempre refrattario ai riflettori: poche le foto in circolazione, rare le interviste, e una biografia che lo vede approdare a Londra dopo la laurea in Economia a Bologna e un dottorato in Matematica all'Imperial College, per poi fare esperienza come broker da Salomon Brothers, la banca d'affari di Wall Street poi confluita in Citigroup, prima di fondare Ion nel 1999. La sua creatura, un colosso della tecnologia finanziaria che sviluppa software e piattaforme per il trading e i servizi bancari digitali, conta tra i suoi clienti una quota significativa delle banche centrali mondiali e giganti come Amazon e Microsoft, e in Italia, dove Pignataro ha investito quasi sei miliardi di euro, controlla aziende come Cerved, Cedacri e Prelios, oltre a detenere una partecipazione rilevante, il 32%, nella Cassa di Risparmio di Volterra -1-3-5.

Ed è proprio in queste ore, quelle della consacrazione ufficiale, che la riflessione dell'imprenditore si fa più cupa, e il suo allarme – riportato in queste ore – suona come un paradosso per chi, come lui, ha costruito un impero sull'elaborazione dei dati e sull'automazione dei processi finanziari: «Stiamo insegnando all'intelligenza artificiale come renderci superflui». Un monito che non arriva a caso, né in un momento di quiete: nelle ultime settimane, sui mercati americani, le azioni delle società quotate che sviluppano software hanno subìto una vera e propria emorragia, bruciando circa duemila miliardi di dollari di capitalizzazione complessiva. Un crollo, quello trainato dai timori legati all'IA, che ha colpito anche Ion, seppur indirettamente: il gruppo non è quotato in Borsa, ma alcune sue obbligazioni, scambiate sul mercato, hanno perso sensibilmente valore, con rendimenti che per alcune tranche hanno toccato la doppia cifra percentuale e con diversi hedge fund che hanno iniziato a scommettere al ribasso, scommesse che riflettono la preoccupazione che i nuovi strumenti di intelligenza artificiale possano stravolgere i modelli di business delle software company, proprio quelle da cui Ion trae la sua linfa -7-4.

La tempesta perfetta sui bond di Ion e il terremoto da duemila miliardi a Wall Street

La pressione, per l'azienda di Pignataro, è diventata tangibile quando il selloff ha cominciato ad accelerare, arrivando a cancellare centinaia di milioni di dollari di valore da un debito complessivo che supera i dieci miliardi. Una dinamica che affonda le radici nella paura, circolata con insistenza negli ambienti finanziari, che l'intelligenza artificiale generativa – con strumenti sempre più potenti in grado di scrivere e ottimizzare codice in autonomia – possa erodere il bisogno stesso di software proprietario, rendendo obsoleti interi comparti dell'industria tecnologica. L'indice azionario statunitense del software, stando a quanto emerge dalle analisi, ha lasciato sul campo oltre il trenta per cento del proprio valore dai massimi toccati nell'ottobre precedente, un tracollo che gli investitori hanno interpretato come il sintomo di una bolla pronta a sgonfiarsi. Il gruppo Ion, che negli anni ha fatto della leva finanziaria uno strumento per crescere per linee esterne – acquisendo, tra le altre, Cerved per oltre due miliardi e Prelios per 1,35 miliardi – si trova così esposto al giudizio del mercato sul proprio debito, aggravato da un rapporto tra indebitamento e margine operativo che in alcuni frangenti ha superato le otto volte, un livello che rende l'azienda vulnerabile agli shock esterni e ai timori degli obbligazionisti -7.

L'investimento nel credito territoriale e la sfida dell'innovazione che divora sé stessa

Se la tempesta finanziaria rappresenta la contingenza, la riflessione di Pignataro affonda in un terreno più ampio, e riguarda il paradosso di un'industria che lavora al proprio superamento. Il fatto che proprio chi costruisce gli strumenti dell'automazione si interroghi sul rischio di esserne rimpiazzato la dice lunga sulla portata della rivoluzione in corso. La partecipazione del fondatore di Ion nella Cassa di Risparmio di Volterra, un istituto storico del credito toscano che dopo l'ingresso del gruppo è tornato all'utile, rappresenta forse un'anomalia nel suo impero, un legame con la dimensione fisica e territoriale della finanza che resiste alla smaterializzazione dei flussi di dati -10. Ma è un'anomalia solo apparente, perché anche lì, nei meccanismi della banca di prossimità, la digitalizzazione avanza, e i software che servono a gestirla sono gli stessi che oggi vengono messi in discussione dalla nuova ondata dell'intelligenza artificiale. Il crollo di Borsa delle software company, in questa prospettiva, non è solo un aggiustamento tecnico dei listini, ma il segnale di una discontinuità: se l'IA diventa capace di produrre codice da sola, il valore delle aziende che quel codice lo vendono potrebbe essere destinato a una riconsiderazione strutturale.

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