Il giallo dei soccorsi a Luciano Capasso, travolto da una valanga in Svizzera: la famiglia accusa, ma le condizioni meteo erano proibitive
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Redazione Interno
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Il Corpo senza vita di Luciano Capasso, il venticinquenne di Qualiano scomparso il 18 febbraio scorso durante un’escursione nelle montagne di St. Moritz, giace ora in una cella frigorifera in attesa del nulla osta per il rimpatrio, mentre sull’intera vicenda, e in particolare sulla tempestività dei soccorritori elvetici, iniziano ad addensarsi nubi più fitte di quelle che hanno avvolto per giorni la Val d’Arlas. Il giovane, ex paracadutista della Folgore e dipendente del prestigioso Badrutt’s Palace Hotel, era uscito ben prima dell’alba di quel mercoledì, spinto dalla passione per la montagna che lo aveva già portato a sfidare il Monte Bianco, e da quel momento di lui si erano perse le tracce, inghiottito da un ambiente che conosceva bene ma che, quella notte, aveva deciso di mostrare il suo volto più spietato. A far scattare l’allarme, il mancato rientro in albergo e, successivamente, un flebile segnale proveniente dal suo dispositivo GPS militare, un “cercherò di non morire” che per giorni ha tenuto aggrappata alla speranza la madre Raffaella e i fratelli, trasformandosi poi in un’accusa muta ma inequivocabile quando, domenica scorsa, i cani da valanga ne hanno individuato la posizione esatta sotto quasi tre metri di neve.
Un'operazione partita in ritardo o semplicemente impossibile?
La domanda che ora i familiari, assistiti dall’avvocato Sergio Pisani, intendono porre con forza alle autorità del Canton Grigioni è una sola: perché, nonostante la geolocalizzazione precisa del giovane, ci sono volute oltre cinquanta ore per avviare le ricerche in modo efficace? La loro posizione, alimentata anche da alcune risposte che definiscono sbrigative e sarcastiche ricevute durante le concitate telefonate con i soccorsi—in cui qualcuno avrebbe avuto la pessima idea di suggerire di “prepararsi per un funerale”—è che l’elicottero, bloccato a terra dal maltempo, non rappresentasse l’unica opzione praticabile. Ci si chiede, per esempio, se squadre di soccorritori equipaggiate con sonde e ARTVA non potessero risalire il pendio via terra, o se l’utilizzo di droni, magari in grado di operare in condizioni di scarsa visibilità, fosse stato preso in considerazione nelle lunghe giornate di attesa, quando ancora una flebile speranza di trovare Luciano vivo in qualche anfratto roccioso o in una bolla d’aria alimentava la disperata mobilitazione della famiglia.
Di fronte a queste accuse, che rischiano di alimentare un nuovo contenzioso informale tra Italia e Svizzera dopo la tragedia del locale di Crans-Montana, la polizia cantonale dei Grigioni si è trincerata dietro un silenzio stampa quasi totale, limitandosi a confermare l’avvenuto ritrovamento e l’apertura di un’inchiesta interna, affidata alla Procura pubblica, che dovrà far luce sulla dinamica dell’incidente e, presumibilmente, sulla condotta delle operazioni di salvataggio. Dai primi, stringati riscontri forniti alle fonti legali della famiglia, emergerebbe tuttavia un quadro chiaro e, per certi versi, impietoso: Luciano sarebbe stato travolto da una valanga di dimensioni classificabili con il grado quattro della scala europea, un mostro di neve e detriti capace di sradicare alberi e distruggere intere porzioni di bosco, la cui potenza e velocità d’impatto non avrebbero lasciato scampo.
L’inchiesta svizzera e le perizie tecniche su una valanga di quarta categoria
Secondo le prime ricostruzioni, infatti, la massa di neve che ha investito il giovane durante la sua escursione solitaria avrebbe un’energia tale da rendere la sopravvivenza una mera questione di statistiche e casi fortuiti, legati alla presenza o meno di sacche d’aria e alla profondità del seppellimento. La dinamica, per come viene descritta dagli esperti, lascia poco spazio alle congetture: una valanga di tale potenza, che si stacca su un versante impervio a quota duemilasettecento metri, trascina con sé la vittima per centinaia di metri, frantumandogli le ossa e privandolo immediatamente della possibilità di respirare, in una morsa di ghiaccio che comprime il torace e impedisce qualsiasi movimento. In questo scenario, che i consulenti tecnici nominati dalla Procura svizzera dovranno verificare nei minimi dettagli, anche un intervento immediato, effettuato magari da una squadra già presente sul posto al momento del distacco della valanga, difficilmente avrebbe potuto modificare l’esito fatale, considerando i tempi tecnici necessari per il sondaggio e il disseppellimento di un sepolto in profondità.
Resta ora da stabilire, attraverso la documentazione che verrà acquisita e le testimonianze dei responsabili del soccorso alpino, se le condizioni meteorologiche di quei giorni—una bufera di neve con raffiche di vento fortissimo e visibilità ridotta a zero—giustificassero appieno l’immobilità forzata dei mezzi aerei, oppure se vi siano stati dei margini, seppur risicati, per tentare un avvicinamento via terra alla zona indicata dal GPS. La famiglia, nel frattempo, ha fatto sapere tramite il proprio legale di non avere alcuna intenzione di richiedere l’autopsia sulla salma, una scelta che forse mira a facilitare e accelerare le procedure per il rimpatrio, evitando ulteriori dolorosi intoppi burocratici, ma che non significa affatto una rinuncia a veder chiarito l’operato dei soccorritori elvetici. Il fascicolo aperto in Canton Grigioni dovrà quindi stabilire se, al di là dell’inevitabilità della morte una volta che la valanga si è abbattuta su Luciano, vi siano state negligenze nell’organizzazione delle fasi di ricerca e, in particolare, se il comportamento dei funzionari che hanno interagito con i parenti sia stato all’altezza di una tragedia che meriterebbe, al di qua e al di là delle Alpi, ben altra sensibilità.




