Roddick stronca le critiche a Sinner: "Non era in crisi, è completo come Alcaraz"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il successo di Jannik Sinner al Masters 1000 di Indian Wells, il primo della sua carriera nel deserto californiano, ha offerto lo spunto per una serie di riflessioni nel mondo del tennis, e tra queste spiccano per lucidità e franchezza quelle di Andy Roddick. L’americano, nel suo podcast, ha voluto mettere i puntini sulle "i" riguardo al presunto momento di difficoltà che alcuni osservatori avevano dipinto attorno all’altoatesino dopo le sconfitte subite a Melbourne contro Novak Djokovic e, in modo piuttosto sorprendente, a Doha contro Jakub Mensik. Un campione, e Roddick di certo se ne intende, non si giudica dopo due risultati utili consecutivi, per quanto amari possano essere stati, ma dalla capacità di reagire e di tornare immediatamente al successo nei palcoscenici che contano. E Sinner, infatti, ha risposto presente nel modo più autorevole: vincendo il torneo, imponendosi in finale contro un ritrovato Daniil Medvedev senza perdere un set nell’intera settimana, e dimostrando una solidità mentale e tecnica che per Roddick non è mai venuta meno. “Ne parlavamo dopo due tornei persi di fila”, ha dichiarato l’ex numero uno del mondo nel suo podcast, “e ora ne ha vinto uno. Siamo a metà marzo, il campione è ancora piccolo”. Un’analisi secca che spazza via ogni facile lettura legata all’emergenza, restituendo l’immagine di un atleta solido e al suo posto, cioè stabilmente tra i primi due del mondo.

Fognini e il dettaglio che cambia tutto: la difesa migliorata

Se Roddick ha inquadrato la questione da un punto di vista strategico e mentale, Fabio Fognini ha offerto un contributo più tecnico, soffermandosi su un aspetto specifico del gioco di Sinner che avrebbe fatto la differenza a Indian Wells. Il ligure, ormai ritirato ma sempre attento osservatore del circuito, ha analizzato la prestazione del 24enne azzurro sottolineando come il lavoro svolto dopo la sconfitta con Mensik si sia concentrato principalmente sulla fase difensiva. Un elemento, questo, che ai più era forse sfuggito ma che per un ex giocatore del calibro di Fognini rappresenta la chiave di volta per interpretare la crescita del numero due del mondo. “L’ho visto difendere molto meglio rispetto al passato”, ha commentato l’ex numero 9 ATP, “penso abbia lavorato tanto per ritrovare la fiducia e vincere questo torneo, e in questo l’ho visto grandissimo”. Una notazione non banale, perché se è vero che Sinner è sempre stato un martello da fondocampo, la capacità di sapersi destreggiare in situazioni di difficoltà, di allungare gli scambi e di ribaltare le sorti del punto quando è messo alle corde è quella che distingue un ottimo giocatore da un campione capace di dominare tutte le superfici. La finale contro Medvedev, con quei due tie-break vinti al fotofinish e la rimonta da 0-4 nel primo parziale, ne è stata la dimostrazione plastica: il russo, reduce da un torneo eccellente e forte di un rendimento che lo ha visto battere anche Alcaraz, non è riuscito a scalfire la solidità ritrovata dell’italiano.

L’impresa nel cemento e la pioggia che cambiò i piani

Quella californiana è stata la venticinquesima affermazione in carriera per Sinner, un traguardo che assume contorni storici se si considera la sua età e la superficie sulla quale è stato centrato. Con questo trionfo, l’altoatesino è entrato in un club ristrettissimo, quello dei tennisti capaci di vincere tutti i maggiori tornei sul cemento, dai quattro Slam (Australian e US Open) ai nove Masters 1000 che si disputano su questa superficie. Un’impresa che, fino a oggi, era riuscita solo a mostri sacri come Roger Federer e Novak Djokovic, e che Sinner ha compiuto a soli 24 anni, dimostrando una precocità e una completezza che lo pongono come l’unico, insieme ad Alcaraz, a poter dialogare alla pari con i record dell’era moderna. Il successo, inoltre, ha un retrogusto quasi romanzesco se si considera la genesi di questa preparazione: lo stesso Sinner ha raccontato di come la pioggia incessante che cadeva su Montecarlo, dove si era recato per preparare la trasferta americana dopo il ko in Qatar, lo abbia spinto a una decisione impulsiva ma vincente. Invece di attendere miglioramenti meteo, ha preferito anticipare la partenza per la California, approfittando di quei giorni extra per acclimatarsi e lavorare in condizioni ottimali. Un aneddoto che rivela la capacità di adattamento e la mentalità pratica di un atleta che non si lascia condizionare dagli imprevisti, ma li trasforma in opportunità.

Verso Miami: la caccia ad Alcaraz e il ruolo di Medvedev

Con i 1.000 punti incamerati a Indian Wells, Sinner ha ridotto il distacco da Carlos Alcaraz, che resta saldamente in vetta al ranking ATP con 13.550 punti contro gli 11.400 dell’italiano. Il divario è ancora consistente, 2.150 lunghezze, ma la stagione sul cemento americano è ancora lunga e il prossimo appuntamento con il Masters 1000 di Miami, in programma nei prossimi giorni, rappresenta un’occasione ghiotta per operare un ulteriore aggiornamento in classifica. Curiosamente, come osservato dal giornalista Jon Wertheim, Sinner arriva in Florida con lo status atipico di campione uscente, nonostante non abbia partecipato all’edizione del 2025: per via del suo successo nel 2024, è comunque considerato il detentore del Titolo, e questo gli permetterà di giocare con la consapevolezza di poter confermare una tradizione positiva su questi campi. Attenzione, però, a non sottovalutare l’avversario sconfitto in finale a Indian Wells: Daniil Medvedev, tornato stabilmente tra i primi dieci del mondo, è attualmente il tennista con il maggior numero di vittorie in questo 2026. Il russo, dopo aver battuto Alcaraz e tenuto testa a Sinner per due set tiratissimi, si candida come un fattore determinante anche per gli equilibri della classifica e per gli incroci del tabellone di Miami.

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