Tajani: "Le sanzioni ai coloni? Decisioni europee, non nazionali"
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Redazione Esteri
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Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha ribadito la necessità che le misure restrittive nei confronti degli insediamenti israeliani in Cisgiordania vengano deliberate in sede comunitaria, evitando iniziative unilaterali che potrebbero frammentare il mercato unico.
"Io sono sempre per le decisioni che vengono dall'Unione Europea, anche in materia commerciale, altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno", ha dichiarato Tajani ai giornalisti, commentando la scelta di Regno Unito e di altri undici Paesi, tra cui la Francia, di adottare sanzioni autonome sul commercio con i coloni.
"Gli inglesi non fanno parte dell'Unione Europea", ha aggiunto il titolare della Farnesina, sottolineando come quella di Londra sia una scelta legittima ma non condivisibile nel metodo, perché "le decisioni devono essere sempre prese a livello europeo".
La svolta di Londra e il pacchetto dei dodici
Nel frattempo, il governo laburista guidato dal premier Andy Burnham ha compiuto un passo significativo, sanzionando ufficialmente l'interscambio con le colonie israeliane nei territori occupati. L'annuncio è stato dato alla Camera dei Comuni dal ministro degli Esteri Ed Miliband, che non ha usato mezzi termini per definire l'operato di alcuni gruppi di coloni, parlando apertamente di "terroristi" e denunciando una vera e propria "pulizia etnica" in atto in Cisgiordania con il tacito sostegno del governo di Tel Aviv.
Miliband ha inoltre ribadito la posizione ufficiale di Londra, che considera l'occupazione israeliana illegale alla luce del consolidamento del controllo e del programma espansionistico attraverso insediamenti considerati non legittimi dal diritto internazionale. All'iniziativa britannica hanno aderito, in un fronte comune, anche Francia e Canada, oltre a Danimarca, Spagna, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo e Svezia.
I ministri degli Esteri di questi dodici Paesi hanno diffuso un comunicato congiunto in cui confermano l'intenzione di imporre restrizioni nazionali al commercio di beni provenienti da tali aree, o di sostenere misure analoghe in sede europea.
La posizione italiana tra sanzioni mirate e mercato unico
La posizione espressa da Tajani non rappresenta una novità assoluta, ma si inserisce in un percorso politico già tracciato nei mesi scorsi. Già in passato, il ministro aveva caldeggiato un approccio unitario, come quando, in un'intervista a maggio, aveva salutato con favore il superamento del veto ungherese che aveva sbloccato le prime sanzioni europee contro i coloni violenti. In quell'occasione, Tajani aveva spiegato che le misure adottate – come il divieto di accesso in Europa e il congelamento dei beni – avevano rappresentato "un passo importante e giusto".
Più di recente, il ministro aveva ribadito la contrarietà dell'Italia alla sospensione, anche parziale, dell'Accordo di Associazione tra Unione europea e Israele, ritenendo più efficace un approccio mirato contro singoli individui responsabili di atti estremistici, piuttosto che un blocco commerciale che rischierebbe di penalizzare l'intera società civile israeliana. La linea di Tajani si fonda sulla necessità di mantenere la coesione tra i Ventisette, evitando che iniziative nazionali possano indebolire la posizione negoziale complessiva dell'Europa nella regione.
In questa ottica, l'Italia si è detta disponibile a valutare le proposte della Commissione Europea riguardanti i prodotti provenienti dagli insediamenti, a condizione che queste vengano discusse e approvate collegialmente.
La cornice giuridica e le implicazioni politiche
Il nodo centrale, come evidenziato dallo stesso Tajani, risiede nella natura politica di queste misure. Pur riguardando flussi commerciali, il ministro ha specificato che l'obiettivo non è economico ma legato alla difesa dell'integrità territoriale e alla strategia dei due popoli, due Stati. "È una misura politica, non commerciale", ha chiarito Tajani, sottolineando come le sanzioni siano finalizzate a contrastare l'atteggiamento aggressivo dei coloni che minaccia la creazione di uno Stato palestinese indipendente.
Questa distinzione è cruciale perché influisce sul metodo decisionale: mentre le politiche commerciali ordinarie richiedono procedure specifiche, le sanzioni politiche contro i coloni rientrano nella sfera della politica estera e di sicurezza comune, dove spesso si cerca l'unanimità per garantire maggiore legittimità all'azione europea. La scelta di undici Paesi di agire in modo autonomo rappresenta quindi una sfida per la politica estera comunitaria, poiché anticipa posizioni che Bruxelles stava ancora valutando, rischiando di creare un precedente pericoloso per l'armonia del blocco.
L'appello di Tajani, in questo contesto, si configura come un tentativo di ricondurre l'iniziativa nell'alveo delle istituzioni comunitarie, dove l'Italia può giocare un ruolo di mediazione per evitare che le sanzioni diventino uno strumento di divisione interna anziché di pressione diplomatica verso Israele.
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