Il dollaro perde appeal: dazi e recessione affossano la valuta americana

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Redazione Economia Redazione Economia   -   I primi tre mesi dell’anno si sono rivelati tra i peggiori della storia per il dollaro, che ha perso terreno in modo inaspettato, persino in giornate di forte avversione al rischio come quelle dell’ultima settimana. Contrariamente alla sua tradizionale reputazione di bene rifugio, la valuta a stelle e strisce ha registrato un calo del 6% sull’indice trade weighted, del 7% rispetto all’euro e addirittura dell’11% contro la corona svedese, la divisa più forte del 2025. Un crollo che riflette non solo il timore di una recessione, ma anche un mutamento nella percezione dei mercati, sempre più restii a considerarlo un asset sicuro.

L’annuncio dei dazi reciproci da parte di Donald Trump il 2 aprile, che ha portato i livelli tariffari statunitensi ai massimi storici, ha spinto il biglietto verde in una direzione opposta alle attese. Se da un lato le Borse mondiali hanno accusato il colpo, dall’altro il deprezzamento del dollaro ha sorpreso gli analisti, segnando una rottura con il passato. Lo yen giapponese e l’euro, che ora viaggia a 1,10 dollari, hanno beneficiato del trend, mentre lo yuan cinese ha invertito la tendenza, recuperando posizioni.

La scelta protezionista dell’amministrazione Trump, anziché rafforzare la valuta nazionale, ne ha evidenziato le contraddizioni. Il dollaro, invece di consolidarsi come rifugio, è sceso ai minimi da sei mesi, lasciando intravedere le prime avvisaglie di una crisi più profonda. Con i Treasury sotto pressione e l’orizzonte economico sempre più segnato dal rischio stagflazione, la politica commerciale aggressiva della Casa Bianca rischia di accelerare il declino di un sistema monetario che per decenni ha dominato gli scambi globali.

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