Femminicidio a Tor Bella Monaca, fermato il compagno di Dafne Rebaudo: “La legge non basta, casi a conti fatti con il Viminale”
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Redazione Interno
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La morte di Dafne Rebaudo, la trentenne precipitata dal terrazzo del palazzo di via dell'Archeologia 52, a Tor Bella Monaca, non è stata né un incidente né un gesto volontario. A quasi tre settimane dal ritrovamento del corpo, avvenuto il 13 luglio scorso, la polizia ha fermato il compagno della vittima, Mohamed Trabelsi, cittadino tunisino di 40 anni, con l'accusa di averla spinta nel vuoto al culmine di una lite.
Un delitto che, in base alla recente legge del 2 dicembre 2025 che ha introdotto il reato di femminicidio, viene aggravato dal vincolo della convivenza, come hanno confermato gli inquirenti.
La svolta nelle indagini e il quadro indiziario
Le indagini, coordinate dal pubblico ministero Francesco Saverio Musolino e condotte dagli agenti del VI Distretto di Polizia Casilino, hanno superato le apparenze iniziali che facevano propendere per l'ipotesi del suicidio. A ribaltare la ricostruzione dei fatti sono stati diversi elementi: le testimonianze di alcuni residenti, che hanno riferito di una violenta lite tra i due sulle scale del palazzo, e le immagini delle telecamere di videosorveglianza, ritenute decisive per ricostruire gli ultimi momenti di vita della donna.
Dai filmati, infatti, si vedrebbe la coppia salire insieme sulla terrazza, per poi scendere poco dopo il solo Trabelsi, che aveva in mano la borsa della vittima. A ciò si aggiungono le versioni contrastanti fornite dall'indagato sugli orari dei suoi spostamenti, che hanno ulteriormente alimentato i sospetti degli investigatori.
Il contesto e le criticità della nuova legge
La vicenda si inserisce in un contesto sociale complesso, quello di Tor Bella Monaca, dove il clima di omertà, alimentato dalla presenza di pusher nordafricani che occupano parte degli appartamenti dello stabile, ha inizialmente reso difficile la raccolta di informazioni. Tuttavia, alcuni residenti hanno rotto il silenzio, raccontando di frequenti litigi tra i due conviventi.
Il fermo di Trabelsi, eseguito venerdì 31 luglio, rappresenta un primo atto formale che ora attende la convalida del giudice per le indagini preliminari, il quale dovrà pronunciarsi sulla richiesta di custodia cautelare in carcere. Il reato contestato è quello di omicidio aggravato dal vincolo della convivenza, un'ipotesi che, come noto, con l'entrata in vigore della legge 181/2025 può configurarsi come femminicidio.
Il divario tra la norma e i numeri della cronaca
Proprio l'applicazione di questa nuova normativa, però, solleva interrogativi che vanno oltre il singolo caso. Un recente rapporto del ministero dell'Interno, pubblicato l'8 maggio scorso, ha evidenziato un dato significativo: nel primo trimestre del 2026, su quindici omicidi di donne, solo tre sono stati formalmente classificati come femminicidio ai sensi del nuovo articolo 577-bis del codice penale. Eppure, i dati di monitoraggio indipendenti, come quelli dell'Osservatorio di Non Una di Meno, contano ben otto casi di donne uccise da partner o ex partner nello stesso periodo.
Una discrepanza che non è solo numerica, ma che riguarda la stessa definizione di femminicidio. Come ha spiegato la giornalista Anna Bardazzi, il fenomeno sociale è più ampio della fattispecie penale, includendo omicidi commessi in contesti di "funzione di cura" o da figli e padri, che la legge attuale potrebbe non cogliere pienamente. Il problema è che con l'introduzione del reato si apre una potenziale incongruenza tra il dato giudiziario e quello statistico, che rischia di offrire una rappresentazione parziale e riduttiva del fenomeno.
La stessa presidente di – Donne in Rete contro la violenza, Cristina Carelli, ha sottolineato come il riconoscimento del femminicidio sia un atto politico che richiede un lavoro culturale profondo, oltre che un inquadramento giuridico, per essere efficace.
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