Dafne Rebaudo e il volo dal terrazzo, fermato il compagno: la procura esclude il suicidio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La morte di Dafne Rebaudo, la trentunenne precipitata il 13 luglio scorso dalla terrazza del palazzo di via dell'Archeologia 52 a Tor Bella Monaca, periferia est di Roma, non sarebbe stata né un incidente né un gesto volontario. A gettare nuova luce sulla vicenda, che per settimane era stata inquadrata come un probabile suicidio, è l'arresto del compagno della vittima, Mohamed Trabelsi, quarantunenne tunisino con il quale Dafne conviveva da alcuni mesi.

La polizia ha fermato l'uomo sulla base di un quadro indiziario che, secondo quanto si apprende, avrebbe smentito la pista dell'atto autolesionistico; elementi decisivi sarebbero emersi dalle immagini delle telecamere di sorveglianza, che hanno mostrato l'ultima sequenza della vita della ragazza, mentre saliva le scale del palazzo alle quattro del mattino, e da altri riscontri investigativi che hanno portato gli inquirenti a ipotizzare che la donna sia stata spinta durante una lite.

Il fermo e l'ipotesi del femminicidio

Mohamed Trabelsi, attualmente in stato di fermo, è accusato di aver causato la morte di Dafne Rebaudo al culmine di un litigio, probabilmente scoppiato proprio sul terrazzo condominiale da cui la donna è poi precipitata. L'ipotesi, al vaglio della procura di Roma, è quella di un omicidio volontario, un caso di violenza domestica che si inserisce in un contesto più ampio e drammatico, quello dei femminicidi in Italia.

La dinamica, se confermata, ridisegnerebbe completamente i contorni di una vicenda inizialmente archiviata come suicidio; gli investigatori hanno lavorato in queste settimane per ricostruire gli ultimi momenti di vita della ragazza, ascoltando testimoni e analizzando i filmati che documentano l'accesso alla torre di Tor Bella Monaca, zona purtroppo nota per l'alta densità di spaccio e per le difficili condizioni sociali dei suoi residenti.

Il dolore della madre e la lotta contro la droga

La madre di Dafne, in un'intervista rilasciata a margine delle indagini, ha rotto il silenzio con parole cariche di un dolore incommensurabile, offrendo un ritratto della figlia lontano dagli stereotipi legati alla sua condizione di tossicodipendente. «Dafne non era solo una tossicodipendente – ha dichiarato la donna – mia figlia era una ragazza molto intelligente, a scuola è sempre stata la prima della classe. Amava gli animali, la vita».

La madre ha poi raccontato gli anni difficili dell'adolescenza della figlia, quando ha iniziato a fare uso di sostanze stupefacenti, e i ripetuti tentativi di salvarla da quel baratro. «Ho cercato più volte di aiutarla – ha proseguito – ma siamo stati lasciati soli e da soli non si può vincere la battaglia contro la droga». Un appello accorato che sottolinea la solitudine delle famiglie che combattono contro le dipendenze, lasciate spesso senza un supporto concreto e costrette ad assistere impotenti al peggioramento dei propri cari.

Dafne, che per un periodo aveva vissuto anche a Moena, in Val di Fassa, aveva cercato di ricostruire la sua vita, ma il suo destino, come ha detto la madre, sembrava segnato da quella scelta sbagliata fatta in giovane età; la donna, tuttavia, è chiara nel chiedere giustizia: «Chi me l'ha portata via deve pagare», un monito che riecheggia forte in una vicenda che ha dell'incredibile.

Un caso che riapre il dibattito sul reato di femminicidio

La svolta investigativa nel caso di Dafne Rebaudo si intreccia, suo malgrado, con il più ampio dibattito politico e sociale riguardante l'effettiva applicazione del reato di femminicidio, introdotto dal governo Meloni. I dati, se confrontati con le cronache di questi mesi, mostrano una discrepanza evidente: su trentacinque casi di omicidio di donne, il nuovo reato è stato contestato solo in sei occasioni, un numero che ha fatto definire il provvedimento come un "flop" da più parti, sollevando perplessità sull'efficacia della norma nel contrastare la violenza di genere.

Il caso di Dafne, se gli inquirenti riusciranno a dimostrare la volontà omicida del compagno, potrebbe rappresentare un ulteriore banco di prova per l'impianto giudiziario, chiamato a distinguere tra un generico omicidio volontario e un delitto motivato da odio o sopraffazione nei confronti della donna. La polizia, come ha sottolineato la madre della vittima, dal giorno della tragedia si è dimostrata vicina alla famiglia «passo passo», un atteggiamento che ha permesso di non archiviare frettolosamente il caso e di andare a fondo nelle contraddizioni emerse dalle prime ricostruzioni.

Le indagini e il video che cambia tutto

L'elemento che ha fatto definitivamente cadere la pista del suicidio è rappresentato dalle immagini della telecamera di sorveglianza, installata autonomamente dagli stessi inquilini del palazzo di Tor Bella Monaca per tenere sotto controllo il viavai di pusher e persone sospette. Quel filmato, che ritrae Dafne salire le scale alle quattro del mattino del 13 luglio, è l'ultima immagine della donna in vita.

A differenza di quanto si era ipotizzato in un primo momento, la posizione della vittima, le tracce raccolte sulla terrazza e il punto esatto in cui è avvenuto il volo non corrisponderebbero a quelli di un gesto volontario. La ricostruzione della dinamica, insieme ai precedenti di liti tra la coppia, ha convinto la procura a procedere con il fermo dell'uomo, che ora dovrà rispondere delle sue azioni di fronte al giudice per le indagini preliminari.

La battaglia per la verità, per la madre di Dafne, è appena iniziata; mentre gli investigatori continuano a raccogliere prove e testimonianze, la comunità di Tor Bella Monaca, che già convive con il degrado e la criminalità, si trova ora a fare i conti con l'ombra di un presunto femminicidio consumato tra le mura domestiche e sotto gli occhi di telecamere che hanno visto tutto ma forse non hanno potuto fermare nulla.

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