BMW, utile giù del 35% nel secondo trimestre: pesano Cina, dazi e concorrenza

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il gruppo automobilistico bavarese ha chiuso il secondo trimestre del 2026 con un netto peggioramento della redditività, confermando che le difficoltà dell'industria tedesca non risparmiano nemmeno il costruttore di Monaco. L'utile netto si è attestato a 1,2 miliardi di euro, segnando un calo del 34,9% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente; un dato che, seppur in forte flessione, è risultato comunque leggermente superiore al consenso degli analisti.

I ricavi totali del trimestre sono scesi del 7,9% a 31,26 miliardi di euro, con la sola divisione Automotive in calo del 7,7% a 27,16 miliardi. Una contrazione degli affari che ha spinto il consiglio di amministrazione, presieduto dal CEO Milan Nedeljković, a confermare le previsioni annuali più prudenti, con un margine operativo per il comparto auto stimato tra l'1% e il 3%.

La frenata del mercato cinese e la pressione sulla redditività

A pesare sui conti del gruppo non è stata soltanto la flessione globale delle consegne, scese del 4,9% a 590.947 unità nel trimestre, ma soprattutto il crollo delle vendite in Cina, il mercato più grande per l'industria automobilistica mondiale. Nel secondo trimestre, le consegne nel Paese asiatico sono precipitate del 30,2%, con sole 117.815 vetture vendute; una performance che ha di fatto neutralizzato la crescita registrata in Europa (+7,6%) e negli Stati Uniti (+11,9%).

L'acuirsi della concorrenza, in particolare da parte dei costruttori locali che esercitano una forte pressione sui prezzi, ha inciso in modo determinante sulla redditività del gruppo, costringendo la casa bavarese a ricorrere a maggiori sconti e promozioni per difendere le proprie quote di mercato.

A questi fattori si sono aggiunti gli effetti negativi dei cambi sfavorevoli, l'aumento dei costi delle materie prime e le ripercussioni dei conflitti geopolitici, come quello in Medio Oriente, che hanno contribuito a indebolire ulteriormente la domanda in alcune aree geografiche.

Il crollo del margine operativo e il piano di ristrutturazione

La combinazione di questi elementi ha avuto un impatto devastante sulla redditività operativa del core business automobilistico. Il margine EBIT del settore Automotive si è più che dimezzato, passando dal 5,4% del secondo trimestre 2025 al 2,3%, con un crollo dell'utile operativo della divisione del 60,7%, fermo a 629 milioni di euro.

Parallelamente, la generazione di cassa ha mostrato un netto peggioramento, con il free cash flow del comparto sceso a 513 milioni di euro, in calo del 73,4% rispetto all'anno precedente. Di fronte a uno scenario così complesso, l'azienda ha deciso di accelerare le misure di efficienza, come dichiarato dal CFO Walter Mertl, e ha raggiunto un accordo con il consiglio di fabbrica per un ampio programma di ristrutturazione della forza lavoro. Il piano, che prevede circa 8.000 tagli di posti di lavoro a livello globale entro la fine del 2027, sarà attuato principalmente attraverso un programma volontario di incentivi all'esodo, mirato soprattutto ai dipendenti dell'amministrazione e della ricerca e sviluppo in Germania, per evitare licenziamenti per motivi economici.

L'elettrico tiene il passo in Europa, ma non basta

Nonostante il quadro generale sia fortemente negativo, alcune divisioni del gruppo mostrano segnali di tenuta. Il marchio Mini ha registrato una crescita significativa, con un aumento delle consegne del 17,1% nel secondo trimestre, trainato in particolare dai modelli completamente elettrici che hanno rappresentato il 36,9% delle vendite semestrali del marchio. Anche i veicoli a batteria (BEV) del gruppo hanno visto crescere le consegne del 5,2% nel trimestre, rappresentando ormai quasi un veicolo su cinque consegnato a livello globale.

In Europa, la spinta verso l'elettrico è ancora più marcata: le vendite di BEV sono aumentate del 37,9% nel trimestre, raggiungendo una quota del 31,3% sul totale delle vendite nella regione. Un andamento che il gruppo attribuisce anche al lancio della nuova famiglia di modelli Neue Klasse.

Una crescita che, tuttavia, non è stata sufficiente a compensare le perdite di volume e redditività in Cina, dimostrando come la diversificazione geografica e tecnologica, per quanto avanzata, non sia in grado di schermare del tutto le profonde turbolenze di un mercato globale in rapido cambiamento.

Un'industria tedesca sotto pressione

La crisi di BMW non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in un contesto di difficoltà generalizzate per l'intera industria automobilistica tedesca, alle prese con la trasformazione elettrica, l'ascesa della concorrenza cinese e le incertezze geopolitiche. Dopo i piani di ridimensionamento già annunciati da Volkswagen, Mercedes-Benz, Audi e Porsche, il gruppo bavarese, che per anni era sembrato immune da manovre drastiche, ha dovuto cedere alla realtà dei fatti, avviando il più grande programma di uscite volontarie della sua storia.

Una decisione che arriva dopo un trimestre in cui anche le consegne di Mercedes-Benz e Porsche hanno subito forti contrazioni in Cina, rispettivamente del 30% e del 16%.

La conferma delle previsioni per il 2026, che includono un "significativo calo" dell'utile ante imposte del gruppo e un margine EBIT storicamente basso per il settore auto, testimonia la consapevolezza della dirigenza riguardo alla profondità e alla durata delle sfide da affrontare, che richiederanno un ripensamento strutturale dell'organizzazione per mantenere la competitività futura.

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