L’effetto sorpresa dei dazi americani: prezzi giù in Europa, oneri su imprese e consumatori statunitensi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Quando l’amministrazione Trump ha cominciato a dispiegare la nuova architettura tariffaria, l’intenzione dichiarata – quella di spostare il baricentro del costo sui partner commerciali – sembrava avere una sua coerenza politica. I fatti, almeno quelli certificati dagli uffici studi della Federal Reserve e dal Kiel Institute for the World Economy, raccontano invece una dinamica opposta e per certi versi paradossale: l’onere dei dazi, che pure ha gonfiato le entrate doganali americane per circa 200 miliardi di dollari nel solo 2025, è stato trasferito agli acquirenti statunitensi in una misura che oscilla tra il 90 e il 96 per cento -3-7-9. Questo significa, tradotto in termini concreti, che le famiglie e le imprese degli Stati Uniti hanno finanziato di fatto l’aumento del gettito, mentre i produttori stranieri – inclusi quelli europei – hanno retto i propri prezzi unitari, preferendo ridurre i volpi esportati piuttosto che comprimere i margini -10. Il meccanismo, lungi dall’essere una rivendicazione ideologica, è emerso con chiarezza dall’analisi di oltre 25 milioni di registri di spedizione: gli esportatori di paesi come Brasile e India, colpiti da incrementi tariffari improvvisi fino al 50 per cento, non hanno abbassato i prezzi in dollari; hanno invece dirottato altrove le merci o accettato un calo delle quantità vendute -3-7.
Il paradosso europeo: meno export, ma tensione inflazionistica attenuata
Questo scenario, che sul fronte americano si traduce in una sorta di extratassa pagata dai residenti – stimata in circa 1.000 dollari aggiuntivi per nucleo familiare nel 2025 – produce sull’economia dell’area euro una conseguenza controintuitiva -9. La riduzione della domanda proveniente dagli Stati Uniti, particolarmente marcata per i settori dei macchinari, dell’automotive e della chimica, ha infatti compresso i volumi produttivi e attenuato le pressioni sui prezzi alla produzione. Le rilevazioni della Banca centrale europea condotte tra 71 grandi imprese non finanziarie dell’eurozona restituiscono il quadro di un’attività economica che, pur senza crollare, viaggia su ritmi modesti: l’export verso gli Stati Uniti scivola, la competizione sul mercato interno si fa più aspra – anche per via del contemporaneo rallentamento cinese – e le aspettative di miglioramento a breve termine rimangono deboli -1-8. Eppure, proprio questa contrazione della domanda estera, associata a un euro che ha smesso di deprezzarsi violentemente, ha contribuito a sterilizzare parte dei rischi inflazionistici che molti economisti avevano paventato all’indomani dell’introduzione delle barriere. Non vi è, nelle analisi della Bce, alcuna traccia di un effetto trascinamento al rialzo dei prezzi importati; semmai, l’elemento dominante è la debolezza della spesa per consumi e investimenti, che frena qualsiasi slancio significativo -1.
La traslazione dei costi: il filtro dei distributori e il ritardo degli effetti
Se l’impatto diretto sui listini al dettaglio americani è stato finora meno violento del previsto – l’inflazione core si attesta al 2,7 per cento e la Federal Reserve stima un contributo dei dazi compreso tra i 30 e i 40 punti base – lo si deve a una catena di ammortizzatori interni alla distribuzione statunitense -2-6. Importatori e grossisti, infatti, hanno assorbito per diversi mesi una quota significativa dei rincari, erodendo i propri margini pur di non trasferire immediatamente l’intero onere ai consumatori. Le ricerche condotte da Harvard Business School suggeriscono che circa un quinto delle nuove tariffe abbia effettivamente trovato strada verso i prezzi finali; il resto è rimasto sospeso, per ora, nei bilanci degli intermediari, in attesa di un inevitabile allineamento quando le scorte inizieranno a scarseggiare -3-6. Sul fronte opposto dell’Atlantico, questa dinamica si riflette in un’assenza di shock al rialzo sui beni importati, il che contribuisce a spiegare perché i listini europei, lungi dal subire spinte verso l’alto, mostrino anzi segni di cedimento in diversi comparti manifatturieri. La Bce, nei suoi contatti con le imprese, registra un lieve miglioramento delle condizioni operative – ma lo definisce coerente con una crescita appena modesta, certamente non tale da riaccendere paure di surriscaldamento -1.
L’asimmetria del dazio e la tenuta dei prezzi all’esportazione
La resistenza dei prezzi all’esportazione, che rappresenta la vera anomalia di questa fase, poggia su una scelta razionale da parte dei produttori extra-americani. Di fronte all’alternativa tra tagliare i listini per preservare le quote di mercato negli Stati Uniti o mantenere i margini accettando una riduzione dei volumi, la quasi totalità degli esportatori ha optato per la seconda strada -7-10. Le spedizioni indirizzate verso gli Stati Uniti sono diminuite, in alcuni casi, fino al 24 per cento; i prezzi unitari, invece, sono rimasti fermi. Ne consegue che il saldo per l’erario americano – quelle decine di miliardi di dollari incassati in più rispetto al periodo pre-dazi – non rappresenta affatto un trasferimento di ricchezza dall’estero, bensì una riallocazione interna di risorse: dai consumatori e dalle imprese statunitensi verso il governo federale -3. È questo il meccanismo che rende i dazi, nelle conclusioni del Kiel Institute, un autogol in piena regola, poiché non solo non penalizzano i produttori esteri nella misura sperata, ma introducono un elemento distorsivo sulla capacità di acquisto interna e sulla varietà dei beni disponibili sugli scaffali -10.




