Dazi Usa, l'allarme di Conflavoro: "30mila posti a rischio e export giù di 2 miliardi"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una contrazione dello 0,1% del Pil, un buco da 2 miliardi nell’export e 30mila occupati in bilico. Sono le stime diffuse dal Centro studi di Conflavoro, l’associazione che rappresenta le piccole e medie imprese, dopo l’annuncio dell’aumento del 20% dei dazi statunitensi sui prodotti Ue. Roberto Capobianco, presidente dell’organizzazione, ha sottolineato come il blocco della crescita nei settori più colpiti rischi di innescare effetti a catena sull’indotto, sulle famiglie e sui consumi. "Le conseguenze – ha spiegato – potrebbero estendersi ben oltre i numeri immediati".

Dietro la mossa di Washington c’è un documento, il National Trade Estimate, pubblicato dalla Casa Bianca il 31 marzo, che elenca i motivi del braccio di ferro commerciale. Tra questi, le tensioni nel settore farmaceutico, audiovisivo e delle infrastrutture, oltre alla questione della web tax. Aziende come Apple e Meta, accusate di violare le norme del Digital Markets Act, potrebbero ora affrontare sanzioni pesanti.

Il governo italiano, intanto, cerca una risposta alla stretta protezionista di Donald Trump, che non ha risparmiato l’Europa. Giorgia Meloni, intervenuta al Tg1, ha annunciato un vertice la prossima settimana con i rappresentanti delle categorie produttive più esposte, già in allarme per il crollo degli scambi e l’impatto occupazionale. Le speranze di un’eccezione per l’Italia, coltivate fino all’ultimo, si sono dissolte con l’ufficializzazione delle nuove tariffe.

La premier ha definito "sbagliate" le politiche statunitensi, ma ha invitato a evitare reazioni impulsive. "Il panico – ha avvertito – farebbe più danni dei dazi stessi". Pur ribadendo la necessità di un negoziato con Washington, Meloni ha anche sollecitato l’Ue a rivedere alcune scelte, a cominciare dal Green Deal, ritenuto un ulteriore freno alla competitività delle imprese europee.

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