Mircea Lucescu, l’allenatore che sfidò il tempo, si è spento a 80 anni

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il calcio non lo aveva ancora archiviato, e forse non l’avrebbe mai fatto, perché Mircea Lucescu – quello che in Italia molti ricordano alla guida di Inter, Pisa e Brescia – sembrava aver stretto un patto segreto con la longevità. Invece il suo cuore, dopo aver retto per decenni le pressioni di panchine in mezzo mondo e aver assorbito persino gli spostamenti d’aria della guerra in Ucraina (da Kiev non volle fuggire, nemmeno quando i mezzi corazzati solcavano le periferie), lo ha tradito all’improvviso. L’ex tecnico rumeno, che nell’agosto 2024 aveva ripreso in mano la sua nazionale con l’ambizione – quasi un’utopia concreta – di portarla ai prossimi Mondiali in America, si è spento a ottant’anni. Lo avevano ricoverato dopo un infarto; nelle ultime settimane circolavano poche notizie sulle sue condizioni reali, e chi lo incrociava nei corridoi degli stadi raccontava di uno sguardo ancora vivo ma di un fisico ormai tradito.

L’ultimo sogno infranto dalla Turchia di Montella

A negargli il traguardo più atteso, quello che avrebbe chiuso il cerchio di una carriera iniziata nelle polverose corti rumene, non fu però la salute ma il campo: la Turchia, guidata da Vincenzo Montella, lo estromise nelle semifinali dei play-off europei. Lucescu, già provato e consapevole dei rischi, si era presentato ugualmente a quella sfida come se fosse l’atto finale di un copione scritto da lui. Non lo era. E la sconfitta, per un uomo abituato a ribaltare pronostici e a collezionare trofei (trentasette, per la precisione, distribuiti in otto squadre diverse), pesò più del dolore al petto che già allora lo affliggeva. Voleva accompagnare la Romania fino in America, ma il sogno è rimasto impigliato nelle maglie di una partita persa.

Il cordoglio del Napoli e il ricordo di un avversario leale

Tra i primi messaggi a rompere il silenzio della notizia c’è stato quello della SSC Napoli, firmato dal presidente Aurelio De Laurentiis e da Antonio Conte: «Eccezionale esponente del mondo del calcio e avversario leale e validissimo di tante partite». Non è una frase di circostanza, perché Lucescu incrociò spesso gli azzurri negli anni in cui allenava in Italia, e lo fece con quella miscela di rispetto e astuzia che pochi tecnici dell’Est europeo sanno trasmettere. Il Napoli, come altre società, ha voluto sottolineare non tanto il curriculum, quanto la sostanza umana di un rivale che non ha mai alzato muri di diffidenza.

Da Anconetani al mondo: i trofei e il carattere di chi non si arrende

In Italia lo portò Romeo Anconetani, il vulcanico presidente del Pisa: fu lì che Lucescu si fece conoscere, poi passò al Brescia e infine all’Inter, senza però lasciare un’impronta indelebile come in Turchia o in Ucraina. Ma a renderlo speciale – lo raccontano gli amici di una vita, quelli che scherzavano sul fatto che avesse più vite dei gatti – fu la capacità di sopravvivere. Alle dittature, alle guerre, ai dolori di un paese martoriato come la Romania degli anni Ottanta, e persino alle macerie di Donbass quando allenava lo Shakhtar. Non scappò da Kiev, nemmeno quando fuggire era la scelta più saggia. Restò, perché per lui la panchina era una trincea: l’unico posto dove sentirsi ancora immortale. Oggi che il cuore ha smesso di battere, resta la cifra di un uomo che non ha mai smesso di allenare, nemmore quando il fisico avrebbe consigliato il contrario.

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