Addio a Mircea Lucescu, l’ex idolo dell’Inter che ha trasformato il calcio in una lezione di vita
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Redazione Sport
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Era ancora lì, in panchina, a ottant’anni compiuti da pochi mesi, a sfidare non solo gli avversari ma il destino stesso, quando un infarto lo ha fermato per sempre pochi giorni dopo aver lasciato la guida della nazionale romena. Mircea Lucescu, uno dei tecnici più vincenti e rispettati nella storia del calcio mondiale, si è spento a Bucarest all’età di 80 anni, portando con sé un’eredità fatta di 37 trofei da allenatore (8 da calciatore) e di una passione talmente viscerale, talmente autentica, da spezzare persino il cuore che per decenni aveva pulsato all’unisono con il suo gioco.
A ricordarlo oggi non è solo il palmares, che lo pone al terzo posto tra i tecnici più titolati di sempre dietro a mostri sacri come Ferguson e Guardiola, ma il modo in cui ha vissuto gli ultimi, drammatici mesi della sua esistenza. Nemmeno la malattia, che lo aveva costretto a un ricovero dopo un malore durante un allenamento, è riuscita a fiaccare quella che non era semplice determinazione, bensì una vera e propria ossessione amorosa per il pallone. Lucescu, che aveva già condotto la Romania al primo Europeo della sua storia nel 1984, si era riappropriato della panchina della nazionale nel 2024 con un sogno nel cassetto: portare i suoi ragazzi al Mondiale. La sconfitta nella semifinale play-off contro la Turchia (1-0) lo ha privato di questo ultimo, grande desiderio, ma non della dignità di chi ha dichiarato, senza retorica, di non volersene andare “da codardo”.
Un maestro di vita chiamato “Mister”
Nel calcio che conta, quello fatto di spogliatoi e di leadership silenziosa, Lucescu lascia un vuoto incolmabile testimoniato dai messaggi di cordoglio arrivati da ogni angolo d’Europa. Tra questi, quello di Henrikh Mkhitaryan, l’attuale centrocampista dell’Inter che proprio sotto la tutela del tecnico romeno ha mosso i primi passi da professionista nello Shakhtar Donetsk, risuona come un testamento spirituale. “Sei stato uno dei miei primissimi allenatori – ha scritto l’armeno – colui che mi ha dato l’opportunità di crescere e iniziare la mia carriera internazionale”. Non è un caso che Mkhitaryan lo abbia definito un “vero signore” e un “visionario”: parole che pesano come macigni se si considera che Lucescu, nel corso dei suoi quasi cinquant’anni di carriera, ha forgiato generazioni di campioni non solo con la tattica, ma con un’umanità rara da trovare in chi siede in panchina.
La sua parabola, lunga e gloriosa, è indissolubilmente legata all’Italia, sebbene forse non abbia lasciato qui il ricordo più nitido del suo genio. In Serie A lo abbiamo visto sedersi sulle panchine di Pisa, Brescia, Reggiana e, nell’autunno del 1998, dell’Inter. Quella parentesi a Milano, seppur breve e travagliata (caratterizzata da un attacco stellare composto da Ronaldo, Baggio e Djorkaeff ma da una difesa ballerina), gli valse l’affetto di un ambiente che ancora oggi lo ricorda come un uomo di spessore e di cultura.
L’apoteosi ucraina e il record di eterno globetrotter
È però in Ucraina, alla guida dello Shakhtar Donetsk per ben dodici anni, che Lucescu ha scolpito il suo capolavoro assoluto. Ha preso una squadra di provincia e l’ha trasformata in una macchina da guerra capace di vincere 21 trofei nazionali e, soprattutto, di alzare al cielo la Coppa UEFA nel 2009. Quello non fu solo un trionfo sportivo, ma il simbolo della rinascita di un club e di una regione, costruito grazie a una colonia di talenti brasiliani e a una disciplina ferrea che non ha mai soffocato la fantasia. Il presidente del club, Rinat Akhmetov, nel piangerlo lo ha definito un “grande cuore calcistico”, un uomo che ha dedicato ogni fibra del suo essere al gioco più bello del mondo.
L’addio con gli onori militari a Bucarest
Mentre la Romania si prepara a dargli l’ultimo, commosso saluto, i dettagli dei funerali confermano lo status di eroe nazionale che Lucescu ha saputo conquistarsi. La salma sarà esposta all’Arena Nazionale per permettere a migliaia di tifosi di rendergli omaggio, prima di una cerimonia che prevede il seppellimento con gli onori militari nel cimitero di Bellu a Bucarest. Un tributo solenne per un uomo che, come nessun altro, ha saputo traghettare il calcio oltre la Cortina di Ferro, diventando un cittadino del mondo senza mai dimenticare le proprie radici. E in questo addio, tra bandiere e corone d’alloro, rimane l’immagine di un vecchio leone che, fino all’ultimo respiro, ha rifiutato di smettere di ruggire.




