Mircea Lucescu, l’addio al tecnico che amò l’Italia: cuore fermo a Bucarest

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il mondo del calcio, quello vero, fatto di panchine sudate e strategie mai banali, ha perso uno dei suoi ultimi maestri. Mircea Lucescu, il tecnico romeno classe 1945, non ce l’ha fatta: ricoverato a Bucarest in seguito a un infarto che ne ha imposto il coma farmacologico, si è spento a ottant’anni. Una notizia che, per chi lo ha seguito dalle panchine di Serie A fino alle avventure orientali, conserva il sapore amaro di un’epoca che chiude i battenti. Lucescu, lo ricordiamo bene, era una vecchia conoscenza del nostro campionato: Pisa, Brescia, Reggiana e soprattutto l’Inter, prima di quel lungo peregrinare all’estero che ne avrebbe fatto una leggenda vivente.

Un lutto che attraversa lo Stivale: da Cairo all’abbraccio del Brescia

Le reazioni, del resto, non si sono fatte attendere. Urbano Cairo, presidente del Torino, ha voluto esprimere – a nome dell’intero club granata – un cordoglio profondo, stringendosi attorno alla famiglia Lucescu con affetto. Lo ha definito «maestro di calcio sempre elegante e signorile», uno degli allenatori più titolati nella storia di questo sport. E come dargli torto? A Brescia, poi, il dolore ha un’eco particolare: la città lombarda lo ricorda come “l’allenatore figlio del mondo”, un uomo che ha saputo amare e capire le sfumature di un calcio ormai scomparso. Non pare vero doverlo scrivere, quasi che Lucescu sembrasse immortale: gli amici, scherzando ma non troppo, gli attribuivano più vite dei gatti.

L’uomo che non scappò da Kiev: i 37 trofei e la guerra in Ucraina

La sua biografia, in effetti, è un romanzo di resistenza. Era sopravvissuto ai dolori della Romania negli anni Ottanta, aveva vissuto da vicino – troppo da vicino – l’inizio della guerra in Ucraina. Eppure non scappò da Kiev. Nessuna fuga, nessuna resa: restò al suo posto perché, anche oltre i settant’anni, continuava a essere richiesto sul mercato. Era un vincente, nel senso più pieno del termine. Per la cronaca, i trofei in bacheca da allenatore toccano quota trentasette. Trentasette. Un numero che pochi colleghi possono vantare, frutto di un lavoro certosino e di una capacità rara di rigenerarsi.

Il messaggio dell’Inter: competenza, eleganza e passione

La società nerazzurra, quella che lui ha allenato in un’altra era del pallone, non ha esitato a ricordarlo con parole pesanti come macigni ma lievi nel gesto. «Ha incarnato i valori di competenza, eleganza e passione – si legge nella nota di cordoglio – lasciando un’eredità importante nel mondo del calcio». Non si tratta di una frase di circostanza, nel caso di Lucescu. Perché la sua eredità è tangibile: tecnici e giocatori cresciuti alla sua scuola, un modo di intendere la tattica che ha influenzato generazioni. Il club di viale della Liberazione, allenato dal romeno in una parentesi breve ma intensa, ha voluto così chiudere idealmente un cerchio. Il calcio piange, sì, ma lo fa con la dignità di chi sa di aver incrociato un gigante.

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