Israele bombarda il Libano, mentre da Washington arriva un silenzio assordante

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   I cieli del sud del Libano, da tempo non sono più solcati solo dal volo degli uccelli, ma dal rombo sordo dei jet e dal sibilo delle bombe che, ieri, si sono abbattute con violenza inaudita sul campo profughi di Ain al Hilweh, alla periferia di Sidone, un agglomerato di vite e storie che da decenni raccoglie l'umanità dispersa del conflitto mediorientale. L'attacco, che ha causato la morte di tredici persone, segna un pericoloso innalzamento del livello dello scontro, portando la guerra in un'area che fino a poco fa sembrava relativamente al riparo dall'offensiva. E questa mattina, la spirale di violenza ha toccato anche la città di Tiro, dove un missile ha centrato in pieno un'autovettura, uccidendo una persona e lasciandone altre otto ferite, in un episodio che conferma la strategia degli attacchi mirati, i quali, sebbene circoscritti, seminano terrore e distruzione. Una strategia che, secondo molte voci, procederebbe indisturbata grazie a un preciso disegno politico.

Il vuoto di Washington e la strategia israeliana

Sullo sfondo di queste operazioni militari, che molti osservatori giudicano in palese violazione delle norme internazionali, si staglia infatti l'assenza, ormai cronica, di una ferma condanna da parte di Washington, la quale, dopo aver a lungo giocato un ruolo di mediatrice nella regione, sembra aver voltato le spalle a Beirut, lasciandola in balia di una crisi economica e politica senza precedenti. Questa ritirata strategica degli Stati Uniti, che alcuni interpretano come un calcolato passo indietro, ha di fatto concesso a Israele una libertà d'azione pressoché totale, permettendogli di intensificare la pressione sul "paese dei cedri" attraverso una lunga serie di bombardamenti e incursioni oltre il confine. Ne consegue un quadro geopolitico profondamente alterato, dove le cannoniere fanno ormai la legge, sostituendosi al dialogo e alla diplomazia.

La speranza affidata alla visita papale

In un contesto così carico di tensioni e di sofferenza, le parole di monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut per i cattolici latini, risuonano come un appello alla ragione e a un rinnovato impegno per la pace. Intervenuto durante una conferenza stampa organizzata a Parigi dall'Oeuvre d'Orient, il presule ha espresso la trepidazione di un'intera nazione in attesa della visita apostolica di Papa Leone XIV, confidando che "questo viaggio possa rappresentare una svolta verso un miglioramento della situazione e verso tempi migliori". Una speranza, la sua, che travalica i confini delle diverse appartenenze religiose, aggrappandosi al potenziale simbolico e morale della figura del Pontefice, visto da molti come l'unica autorità in grado di risvegliare le coscienze assopite dalla logica della guerra.

Lo spettro di un conflitto più ampio

Tuttavia, il cammino verso una de-escalation appare irto di ostacoli, minato dalla posizione intransigente della milizia sciita di Hezbollah, la quale, attraverso le parole del suo leader Naim Qassem, ha più volte e pubblicamente respinto il piano di disarmo impostole dal governo libanese con la mediazione dell'amministrazione americana. Questo netto rifiuto, che pone la formazione filoiraniana in diretta contrapposizione non solo con le istituzioni del proprio paese ma anche con la potenza di fuoco israeliana, rischia di innescare un conflitto aperto e generalizzato, che molti già definiscono come la quarta guerra del Libano. Una prospettiva cupa, che rende ancor più cruciale ogni tentativo di trovare una soluzione pacifica, in un momento in cui il fragore delle armi sembra voler soffocare ogni altro discorso.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.