La telefonata a San Siro e il cerchio che si allarga: Rocchi parlava con i club, pm convoca i «referee manager»
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Redazione Sport
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Nel fitto calendario di audizioni che il pm Maurizio Ascione ha in programma per le prossime settimane, la convocazione di Giorgio Schenone – il club referee manager dell’Inter, figura tecnica incaricata di gestire i rapporti con il mondo arbitrale – rappresenta un passaggio tutt’altro che formale, perché dalle intercettazioni finora acquisite (e depositate agli atti del fascicolo milanese) emergerebbe un quadro di interlocuzioni frequenti e strutturate tra l’ex designatore Gianluca Rocchi, ora sospeso, e diversi dirigenti di club di Serie A. Non si tratterebbe, almeno stando alle ricostruzioni della stampa, di semplici scambi di cortesia o di richieste di chiarimenti tecnici: l’attenzione degli inquirenti si è concentrata in particolare su alcune conversazioni captate il 2 aprile dello scorso anno a San Siro, in occasione della semifinale di andata di Coppa Italia, quando Rocchi – al telefono con qualcuno del settore – avrebbe tirato in ballo proprio l’addetto agli arbitri nerazzurro menzionandolo con il nome di “Giorgio”. A riportare il contenuto di quella telefonata è stata La Repubblica in un articolo pubblicato ieri, secondo cui il dialogo rivelerebbe non solo l’esistenza di una fitta rete comunicativa tra la ex dirigenza arbitrale e i club, ma anche il tentativo di ottenere – o evitare – la designazione di determinati fischietti a seconda della loro “gradimento”, un terreno sul quale la procura ha già ipotizzato il reato di concorso in frode sportiva nei confronti dello stesso Rocchi e del supervisore VAR Andrea Gervasoni.
Le figure «ibrido» dei club referee manager e la prassi dei rapporti con l’Aia
La figura del club referee manager – introdotta qualche anno fa dalla Figc con lo scopo dichiarato di facilitare le relazioni tra le società e gli organi arbitrali, senza però che questi soggetti possano interloquire direttamente con il designatore – è finita inevitabilmente sotto la lente del pm Ascione, il quale ha iniziato a convocare non solo Schenone ma anche i suoi omologhi di Juventus, Lazio e Parma, perché da regolamento l’interlocutore ufficiale per i club è l’incaricato dell’Aia (ruolo ricoperto nella scorsa stagione da Riccardo Pinzani e ora da Andrea De Marco), e qualsiasi contatto diretto con l’ex designatore costituirebbe di per sé una deviazione dal protocollo. Nelle intercettazioni in possesso della procura, tuttavia, Rocchi apparirebbe in colloquio diretto con dirigenti di diverse società – una prassi che, se confermata, smentirebbe l’apparente rigore del sistema di relazioni descritto dalla Federcalcio – e in una di queste conversazioni, secondo quanto anticipato dal Corriere della Sera, l’ex designatore avrebbe detto a Gervasoni: «Loro non lo vogliono più vedere», riferendosi a un arbitro (identificato in Daniele Doveri) che sarebbe stato “sgradito” all’Inter, e aggiungendo poi, a margine, il nome di “Giorgio” come possibile referente della richiesta. Non c’è, allo stato degli atti, alcuna prova certa che quel “Giorgio” sia effettivamente Schenone – che per ora non risulta indagato ma sarà sentito come persona informata sui fatti – e la procura stessa ha più volte ribadito che nessun dirigente o tesserato dell’Inter è al momento iscritto nel registro degli indagati, ma il fatto che la conversazione sia stata captata in un contesto così delicato rende l’audizione del manager nerazzurro un tassello fondamentale per capire se le pressioni (presunte dall’accusa) fossero partite direttamente dal club o fossero invece il frutto di un’iniziativa autonoma di Rocchi.
Le intercettazioni «scomode» e il ventaglio delle società coinvolte
Ciò che rende l’inchiesta più complessa di un semplice caso di presunto condizionamento a favore di una singola squadra è il fatto che, dalle carte finora visionate, emergerebbero conversazioni di Rocchi con dirigenti di diversi club di Serie A – e non solo dell’Inter – il che suggerisce agli inquirenti uno scenario molto più ampio di mere pressioni bilaterali, forse un sistema di relazioni incrociate in cui l’ex designatore ascoltava (e talvolta accontentava) le richieste dei vari addetti ai lavori, creando una rete di favori e reciproche convenienze. La Repubblica ha scritto che nelle intercettazioni l’ex designatore appare a colloquio con figure operative di almeno quattro o cinque società, un dato che ha spinto il pm Ascione ad allargare il perimetro delle audizioni e a convocare, nei prossimi giorni, tutti i club referee manager di Serie A, per comprendere meglio la natura e la frequenza di quei contatti. Non si tratta, in questa fase, di formulare nuove imputazioni – l’unico capo d’accusa è per ora la frode sportiva a carico dei soli vertici arbitrali – ma di ricostruire un modus operandi che potrebbe aver minato, per mesi, la pretesa autonomia delle designazioni arbitrali.
I particolari «tecnici» delle designazioni contestate e i nuovi ascolti in procura
Guardando ai singoli episodi contestati, l’accusa ha puntato il dito in particolare su due partite della scorsa primavera: Bologna-Inter del 20 aprile (arbitro designato Andrea Colombo, considerato “gradito” ai nerazzurri) e la semifinale di ritorno di Coppa Italia Inter-Milan del 23 aprile (arbitro Daniele Doveri, considerato invece “sgradito” e quindi “sprecato” in una gara che l’Inter avrebbe potuto perdere senza conseguenze sulla lotta scudetto). A queste si aggiunge la partita Udinese-Parma del primo marzo 2025, nella quale Rocchi avrebbe bussato alla porta della sala VAR a Lissone per sollecitare la concessione di un rigore poi trasformato da Florian Thauvin – un episodio, quest’ultimo, che per i pm costituirebbe una violazione gravissima del protocollo, perché l’autonomia della sala di controllo è considerata un pilastro dell’attuale sistema arbitrale. Mentre Rocchi e Gervasoni restano formalmente indagati, l’avvio degli interrogatori di Schenone e degli altri club referee manager promette di gettare nuova luce su un meccanismo di condizionamento che, se confermato nei suoi contorni più ampi, ridisegnerebbe i confini della cosiddetta “influenza” delle società nei confronti della classe arbitrale, un tema che in Italia torna ciclicamente a galla ogni volta che le intercettazioni svelano quello che accade realmente dietro le quinte di uno spogliatoio o in una telefonata a margine di una partita. Per ora, gli atti restano coperti dal segreto istruttorio, ma le convocazioni annunciate fanno presagire che il mosaico – fatto di nomi, circostanze e conversazioni captate – sia destinato ad arricchirsi di tessere non secondarie.




