Netanyahu stretto tra proteste e pressioni: il doppio fronte che mina la sua strategia su Gaza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre l’esercito israeliano si prepara a lanciare quella che il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha definito «una nuova fase dei combattimenti», il premier Benjamin Netanyahu si trova schiacciato tra le critiche interne e le condanne internazionali. Da una parte, la destra del suo stesso governo lo accusa di non essere abbastanza determinato nello sradicare Hamas; dall’altra, la sinistra e i familiari degli ostaggi temono che un’invasione su larga scala possa compromettere ogni possibilità di accordo per la loro liberazione.

Non è un caso che, durante la lunga riunione del gabinetto di sicurezza, Zamir abbia cercato di dissuadere Netanyahu dall’occupare Gaza City e i campi profughi centrali della Striscia, definendo quel piano «un buco nero» per Israele. Ma il premier, che ha formalizzato l’operazione nonostante le obiezioni, sembra ormai deciso a procedere, anche a costo di acuire le divisioni nel paese.

Intanto, a Gerusalemme, un gesto simbolico ha scosso l’opinione pubblica: sul Muro del Pianto, qualcuno ha scritto con vernice spray «C’è un Olocausto a Gaza», provocando l’immediata reazione delle autorità religiose e politiche. Il rabbino Shmuel Rabinovitch ha tuonato contro quella che ha chiamato «una profanazione inaccettabile», mentre il graffitaro, identificato e arrestato, è stato condannato senza riserve da tutto l’arco parlamentare.

Oltre ai dissensi interni, Netanyahu deve fare i conti con la crescente pressione diplomatica. Emmanuel Macron, dopo aver annunciato il possibile riconoscimento della Palestina all’Onu a settembre, ha chiesto una missione delle Nazioni Unite a Gaza, trovando il sostegno di altri leader europei. Anche Giorgia Meloni, pur mantenendo un tono più cauto, ha avuto un colloquio con Abu Mazen, segnale di un’attenzione internazionale che Israele non può ignorare.

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