Libano, la tregua impossibile e quei 49 morti mentre si parla a Washington
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Redazione Esteri
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Mentre a Washington le rispettive delegazioni – israeliana e libanese – si alternano nelle sale del Dipartimento di Stato per discutere di un'intesa che fermi le ostilità, nel sud del Libano e nei sobborghi di Beirut il conteggio delle vittime non si arresta. Secondo fonti ufficiali libanesi riprese dalle agenzie di stampa internazionali, nelle ultime ventiquattro ore l'Idf ha ucciso 49 persone, un numero che si aggiunge a un bilancio già pesantissimo.
Dall'inizio dell'offensiva, lo scorso 16 marzo, le vittime accertate sarebbero più di tremila e quattrocento, con oltre diecimila feriti; cifre, queste, che raccontano la realtà di un conflitto dove il presunto cessate il fuoco – formalmente in vigore da metà aprile – non ha mai retto alla prova dei fatti.
Il paradosso dei raid durante i colloqui
La situazione, già di per sé esplosiva, si complica ulteriormente per l'evidente contraddizione tra il piano diplomatico e quello bellico. A testimoniarlo è lo stesso capo di stato maggiore dell'esercito israeliano, Eyal Zamir, il quale ha recentemente dichiarato – nel corso di una visita alle truppe nei pressi di Bint Jbeil – che le Forze di difesa «non sono in un cessate il fuoco» con Hezbollah, bensì «in stato di guerra».
Parole che suonano come un duro colpo per chi, osservando la momentanea assenza di bombardamenti su Beirut, aveva illuso che si potesse trattare di una tregua di fatto. Non è così, e neppure l’acceso confronto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu – culminato in una telefonata che fonti americane hanno descritto come durissima, con il presidente americano che avrebbe accusato il premier israeliano di mettere a rischio i negoziati con l'Iran definendolo «completamente pazzo» – è riuscito a invertire la tendenza.
Il castello di Beaufort, simbolo conteso
L'offensiva, intanto, si è allargata a macchia d'olio. Le colonne corazzate israeliane hanno oltrepassato il fiume Litani, spingendosi più a nord di quanto non fosse accaduto negli ultimi decenni. Il segno più tangibile di questa avanzata è rappresentato dalla conquista del castello di Beaufort; una fortezza crociata arroccata su un'altura che domina gran parte del Libano meridionale e il nord di Israele.
Conteso da quasi nove secoli e già occupato da Israele tra il 1982 e il 2000, il sito è tornato sotto il controllo dello Stato ebraico alla fine di maggio, quando i soldati della brigata Golani vi hanno issato la bandiera nazionale. Una mossa, questa, che il ministro della Difesa Israel Katz ha giustificato come parte integrante della nuova «zona di sicurezza» che Israele intende creare oltre i propri confini, ignorando – sembrerebbe – lo status di protezione rafforzata che l'Unesco aveva concesso al castello per la sua rilevanza storica e culturale.
La resistenza, le bombe e una popolazione allo stremo
Se l'obiettivo dichiarato di Tel Aviv è indebolire – fino a smantellarlo – l'apparato militare di Hezbollah, la strategia della forza bruta sta però producendo conseguenze opposte a quelle auspicate. La pressione sulla popolazione civile, che ha già provocato oltre un milione di sfollati (quasi un quinto dell'intera popolazione libanese) e una strage di operatori sanitari colpiti con la tecnica del "doppio tiro", non si traduce in automatica ostilità verso il partito armato.
Anzi, la narrazione della "resistenza a oltranza" – utilizzata dai vertici del movimento sciita per tenere compatta la propria base sociale – trova nuovo ossigeno proprio di fronte a quella che viene percepita come un'aggressione esterna indiscriminata.
Ne consegue un paradosso amaro: mentre l'esercito israeliano cerca di "tagliare in due" il Paese dei cedri, il collasso dello Stato libanese – che non ha né la forza coercitiva né la legittimità politica per disarmare Hezbollah – finisce paradossalmente per favorire l'attore armato meglio organizzato sul territorio, quello capace di distribuire protezione e appartenenza nel vuoto lasciato dalle istituzioni.




