Mali, l'assedio jihadista che strozza la capitale e moltiplica i sequestri
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Redazione Esteri
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Una crisi profonda, che si annida dentro un'altra crisi ancora più ampia, sta definendo il presente e il futuro del Mali, dove la vita quotidiana è diventata una sfida estenuante contro la carenza di beni primari e una minaccia armata che avanza senza sosta. A partire dallo scorso settembre, l'accesso all'elettricità per la popolazione è stato reso quasi impossibile a causa del blocco, da parte di uno dei principali gruppi jihadisti operativi nell'area, dei camion che trasportano carburante dai paesi confinanti. Questo embargo energetico, che priva intere città della corrente, si inserisce in un contesto nazionale già devastato da anni di conflitti armati, da tensioni interetniche e da un'instabilità politica che ha costretto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case, creando un panorama umanitario di estrema fragilità.
La strategia del sequestro e la "jihad economica"
Parallelamente alla stretta sulle risorse energetiche, il Mali sta sperimentando una drammatica escalation nell'ambito della sicurezza, con un numero di rapimenti di cittadini stranieri che ha raggiunto, tra maggio e ottobre di quest'anno, livelli senza precedenti. Le stime, che parlano di un arco compreso tra i 22 e i 26 sequestri, includono tra le vittime cittadini cinesi, indiani, egiziani, emiratini e iraniani, ai quali si aggiungono un serbo, un croato e un bosniaco originari dei Balcani. Una tale concentrazione di episodi, con le città di Kayes e Nioro du Sahel che figurano tra le zone più colpite, conferma la centralità che questa pratica criminale ha assunto nella strategia del JNIM, il gruppo jihadista legato ad Al Qaeda, il quale utilizza i riscatti come pilastro fondamentale della sua cosiddetta "jihad economica" per autofinanziarsi e consolidare il proprio potere territoriale.
L'inarrestabile avanzata verso Bamako
La posta in gioco, tuttavia, va ben oltre il controllo delle vie di comunicazione o il finanziamento attraverso il crimine. Il Mali, infatti, rischia concretamente di diventare il primo Stato africano a cadere sotto il controllo dei jihadisti del GSIM, il Gruppo di sostegno all'Islam e ai musulmani. La capitale Bamako si trova da quasi due mesi in uno stato di assedio progressivo, con le milizie che stringono incessantemente il loro cerchio attorno alla periferia urbana. La loro avanzata, che al momento appare inarrestabile, è condotta con una tecnica e una pianificazione strategiche che nulla hanno da invidiare a un esercito regolare: l'impiego di droni e l'adozione di modalità operative sofisticate e coordinate testimoniano un salto di qualità nella capacità bellica dei gruppi armati, i quali, sotto la guida di Ag Ghaly, sono riusciti a trasformare una lotta locale per l'autonomia in una crociata globale.
Il controllo delle rotte illecite e il fallimento della controffensiva
Questa espansione territoriale, che avviene seminando morte e bloccando le principali vie di commercio, si finanzia anche attraverso il controllo sistematico delle rotte di traffico illecito, compreso quello di esseri umani. Le forze governative maliane, pur essendo sostenute da contractor militari russi, annaspano di fronte a un'avversario che dimostra di possedere non solo una superiore capacità di adattamento tattico, ma anche una visione a lungo termine che punta al logoramento delle difese nazionali e al dominio completo del territorio. La situazione descrive un paese sull'orlo del collasso, dove la combinazione letale di un assedio militare, di una crisi energetica indotta e di un'economia di guerra basata su sequesti e traffici sta ridefinendo gli equilibri di un'intera regione.




