Il marito di Laura Santi: "Il nostro amore più forte della malattia. Sognavamo un figlio"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Stefano Massoli, alle pendici di Perugia, racconta la vita condivisa con Laura Santi, giornalista scomparsa dopo una lunga battaglia contro la malattia. «La nostra è stata un’esistenza faticosa, un ostaggio della patologia», ammette, «ma anche piena, intensa, bella». Con quelle parole, che sembrano uscite da un romanzo più che dalla cronaca di un addio, Massoli riassume anni di lotte e amore, di progetti spezzati e battaglie portate avanti insieme. «Con lei ho condiviso tutto, e questo è l’amore. Ora è libera, io sono libero. Libero anche di rompere le palle, per continuare ciò che lei ha iniziato».

La storia di Laura Santi ha riacceso il dibattito sulle cure palliative e sul diritto al fine vita in Italia, un tema che, nonostante la legge del 2010, rimane irto di ostacoli. La Società italiana cure palliative (Sicp) ha denunciato più volte «diseguaglianze territoriali, carenza di personale, barriere culturali». Laura, con la sua scelta, ha costretto molti a interrogarsi su cosa significhi davvero vivere quando la vita è ridotta a sopravvivenza. «Mi vedete? Mi comprendete? Mi lasciate decidere?», aveva chiesto in un messaggio che suona come un testamento civile.

Quella di Laura non è stata solo una morte, ma un atto di lucidità estrema, un gesto che ha squarciato il velo di ipocrisia su un dibattito spesso condotto più sui principi astratti che sulle storie concrete. «Non pensate al fatto che sono morta», ha detto nel video postumo diffuso dal marito, «pensate a come sono stata costretta a vivere. Sorridete, sapendomi finalmente libera».

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