La morte di Pietro Zantonini nei cantieri di Cortina, un mese dopo la procura indaga e i sindacati denunciano: “Nulla è cambiato”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A oltre trenta giorni dalla scomparsa di Pietro Zantonini, il vigilante cinquantacinquenne originario del Brindisino deceduto nella notte tra il 7 e l’8 gennaio scorso mentre sorvegliava un cantiere collegato alle opere olimpiche di Cortina d’Ampezzo, la vicenda giudiziaria procede tra accertamenti tecnici irripetibili e nodi venuti al pettine relativi alla filiera degli appalti. L’uomo, che si trovava in Veneto dal settembre del 2025 con un contratto a termine destinato a scadere a fine gennaio, quella notte aveva effettuato il suo consueto giro di ronda intorno alle due, quando le temperature erano precipitate abbondantemente sotto lo zero, per poi accusare un malore che lo ha portato a contattare alcuni colleghi in cerca di soccorso. Nonostante la tempestiva chiamata al 118 e l’arrivo dei sanitari, per Zantonini non ci fu nulla da fare: il suo cuore aveva cessato di battere, e il pm Claudio Fabris della Procura di Belluno dispose subito il sequestro della salma e l’autopsia, affidata all’anatomopatologo Andrea Porzionato, per accertare se le condizioni climatiche proibitive – con il termometro che oscillava tra i -12 e i -16 gradi – e l’organizzazione del lavoro avessero avuto un ruolo determinante nel decesso.

Nelle settimane successive all’accaduto, la magistratura ha iscritto nel registro degli indagati il titolare della ditta di vigilanza "SS Security and Bodyguard", la società appaltatrice per la quale Zantonini prestava servizio, al fine di verificare eventuali responsabilità penali legate alla violazione delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. La Procura sta cercando di stabilire se le condizioni in cui operava il vigilante – chiuso in un gabbiotto riscaldato soltanto da una stufetta elettrica, dal quale era obbligato a uscire ogni due ore per ispezionare l’area del cantiere dello stadio del ghiaccio – fossero compatibili con un turno notturno affrontato in piena emergenza climatica. I legali della famiglia, gli avvocati Francesco Dragone, Marco Secchi e Vinicio Nardo, hanno ribadito la richiesta di piena luce sui fatti, sottolineando come la vittima avesse più volte manifestato preoccupazione per i turni prolungati, talvolta consecutivi, e per l’assenza di tutele adeguate in un contesto che, complice la corsa alla realizzazione delle infrastrutture olimpiche, sembra aver messo in secondo piano la salute di chi quelle strutture le sorvegliava.

Parallelamente all’inchiesta giudiziaria, che dovrà chiarire anche i tempi dell’intervento dei soccorritori – l’Usl Dolomiti ha avviato una verifica interna sui minuti trascorsi tra la chiamata e l’arrivo dell’ambulanza partita dall’ospedale Codivilla Putti –, il fronte sindacale ha rotto gli indugi con una presa di posizione netta. La Filcams Cgil, attraverso una nota diffusa nelle ultime ore, ha lanciato l’allarme circa la persistenza di condizioni inaccettabili nei cantieri della provincia bellunese, denunciando come, a distanza di un mese dalla tragedia, chi lavora continui a essere sottoposto a pressioni, intimidazioni e, in alcuni casi, a licenziamenti che nulla hanno a che vedere con una gestione trasparente e rispettosa delle normative. Il sindacato punta il dito contro un sistema di appalti e subappalti che, nella sua lettura, sarebbe finalizzato al massimo sfruttamento della manodopera temporanea e precaria, replicando quelle stesse dinamiche che avrebbero contribuito alla morte di Zantonini, la cui figura – un uomo partito dalla Puglia con la speranza di un impiego dignitoso – è diventata il simbolo di un disagio lavorativo diffuso e tutt’altro che risolto.

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