Referendum giustizia, la vittoria del no apre crepe nella maggioranza: tra dimissioni e accuse
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Redazione Interno
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Il responso delle urne è stato chiaro e, per il governo, inaspettato nella sua ampiezza: con il 53,7 per cento dei voti, pari a quasi quindici milioni di elettori, il fronte del “no” ha bocciato la riforma costituzionale sulla giustizia voluta dall’esecutivo, una legge che portava il nome del ministro Carlo Nordio e che puntava, nel suo impianto centrale, alla separazione delle carriere dei magistrati. Il “sì” si è fermato al 46,75 per cento, con un divario di circa due milioni di preferenze che ha finito per trasformare quella che molti davano per una consultazione dal risultato incerto in una sconfitta netta per la maggioranza di centrodestra. A sorprendere, oltre al margine, è stata la partecipazione: l’affluenza ha sfiorato il 59 per cento, un dato che, in un voto referendario, ha restituito alla consultazione un peso politico che pochi si aspettavano.
I numeri e il territorio: il no avanza, il Veneto resiste
L’analisi dei flussi elettorali racconta di un paese spaccato lungo linee geografiche solo in apparenza prevedibili. Il “no” ha prevalso in tutte le regioni tranne tre: Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, i territori storicamente più sensibili al messaggio della Lega e dove il “sì” alla riforma ha retto. Nel resto d’Italia, dal Piemonte alla Sicilia, la spinta contraria alla modifica costituzionale si è imposta con percentuali che, in alcuni casi, hanno superato abbondantemente la media nazionale. Il dato, per il governo, è un segnale difficile da ignorare: a votare contro la riforma non sono stati solo gli elettori tradizionalmente vicini all’opposizione, ma una parte significativa di quell’elettorato moderato che nelle amministrative aveva premiato la coalizione di centrodestra.
Le dimissioni di Bartolozzi e Delmastro e la replica del ministro
Il giorno dopo ha portato con sé le prime, inevitabili conseguenze politiche. Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro, rispettivamente sottosegretaria alla Giustizia e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, hanno rassegnato le dimissioni. Un gesto, il loro, che nei fatti assume il valore di una assunzione di responsabilità politica dopo il risultato referendario. Delmastro, in una nota, ha specificato di non aver commesso “niente di scorretto”, lasciando intendere che l’atto di dimissioni non fosse motivato da profili di ineleggibilità o illeciti, ma dalla volontà di restituire al governo la libertà di un rimpasto. Nel frattempo, Carlo Nordio, in una lunga intervista a Sky Tg24, ha scelto una linea opposta a quella dei due sottosegretari. “La riforma porta il mio nome e me ne assumo la responsabilità politica”, ha dichiarato il ministro della Giustizia, senza però annunciare alcun passo indietro. Una presa di posizione, la sua, che sembra voler marcare la differenza tra una responsabilità personale, rivendicata, e una responsabilità di governo, che lascia ad altri.
Lo scontro nella maggioranza e la posizione di Marina Berlusconi
Se nel governo la linea ufficiale, dettata dalla premier Giorgia Meloni, è quella di andare avanti – l’ha definita “un’occasione persa per modernizzare l’Italia” –, le crepe nella coalizione sono apparse evidenti fin dalle prime ore successive alla chiusura dei seggi. A rompere il fronte è stata, in particolare, Marina Berlusconi, il cui giudizio sulla premier sarebbe stato di netta delusione, filtrato attraverso i canali di Forza Italia. Sul piano politico, l’azzurro Calderone ha colto l’occasione per pungere Fratelli d’Italia, sottolineando come nel corso della legislatura siano state approvate leggi – citando il “rave party” e la maternità surrogata – che, a suo dire, offrono “poche garanzie per il cittadino”. Dall’altra parte del perimetro di maggioranza, il leghista Romeo ha premuto per una ripartenza immediata, chiedendo di concentrare l’agenda su “intercettazioni e custodia cautelare”. Insomma, la sconfitta referendaria non ha spento l’appetito della destra sulla giustizia, ma ha moltiplicato le voci su quali debbano essere le priorità e, implicitamente, su chi debba gestirle.
L’Anm sotto accusa e il senso di una sconfitta
Mentre la politica si interroga sui passi futuri, l’Associazione nazionale magistrati è tornata al centro delle critiche. La vittoria del “no” è stata immediatamente riletta da più parti come un plebiscito contro la riforma, ma anche come una conferma implicita della forza di un che, secondo i suoi detrattori, avrebbe fatto muro contro ogni tentativo di riforma. Le inchieste e gli sviluppi giudiziari degli ultimi anni tornano a fare da sfondo, in un clima in cui il referendum non ha risolto le tensioni tra politica e magistratura, semmai le ha ricomposte in una nuova fase. La maxi-affluenza, in questo senso, ha restituito al voto il carattere di una verifica nazionale: il “no” ha vinto, ma il dibattito sulla giustizia, lungi dall’essere chiuso, sembra destinato ad animare le prossime settimane parlamentari con gli stessi toni aspri che hanno preceduto la consultazione.




