Il referendum sulla giustizia, la lunga fila per la sovranità popolare e le crepe nella maggioranza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È stato un risultato, quello del referendum costituzionale sulla giustizia, a parlare chiaro: una pagina straordinaria di democrazia che ha riportato gli italiani alle urne con un’affluenza, quasi il 59 per cento, che non si registrava da tempo. Una partecipazione, questa, che assume un significato particolare se letta in controluce rispetto a una politica nazionale spesso descritta come asfittica, incapace di generare entusiasmi; eppure, quando si è trattato di difendere un principio cardine – quello della separazione dei poteri, sancito dalla Carta nata dalla Resistenza – il popolo sovrano ha risposto presente, attivando concretamente quell’articolo 1 che pone le basi dell’intero impianto costituzionale.

Il verdetto delle urne e il peso della riforma

Il dato numerico è netto e non lascia spazio a interpretazioni ambigue: il No ha prevalso con il 53,23 per cento, contro un Sì fermo al 46,77. La riforma della Giustizia voluta dal governo Meloni, dunque, non ha ottenuto il via libera dagli elettori, che hanno respinto in modo chiaro il tentativo di ridisegnare gli equilibri tra politica e magistratura. La partecipazione, attestatasi al 59 per cento, ha rappresentato di per sé un elemento di rottura rispetto all’apatia che solitamente accompagna le consultazioni di questo tipo, trasformando il voto in un atto collettivo di riappropriazione della sovranità.

Le conseguenze immediate dentro la maggioranza

Il responso del voto ha generato conseguenze politiche immediate, in particolare all’interno delle file del governo. Le crepe si sono manifestate con le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, figura finita al centro di un acceso dibattito per ragioni che poco avevano a che fare con il merito della riforma in sé: il suo coinvolgimento in una vicenda personale, legata al possesso di quote di una società e di un ristorante riconducibili all’orbita familiare del clan criminale Senese, ne aveva già reso precaria la posizione. A lui si è aggiunta, nel succedersi degli eventi, la decisione del Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, la quale aveva fatto parlare di sé per un’infelice analogia – quella dei magistrati paragonati a un plotone d’esecuzione – che aveva ulteriormente inasprito il clima già teso della campagna referendaria.

La lezione di Calamandrei e l’eredità dei costituenti

In mezzo a tante parole aspre e spesso sopra le righe che hanno caratterizzato le settimane precedenti al voto, riaffiora con forza il pensiero di chi quella Costituzione l’ha scritta. Piero Calamandrei, tra i 75 costituenti che materialmente redassero i 139 articoli, aveva già tracciato con lucidità il confine nelle sue relazioni sul potere giudiziario: unico riferimento e limite all’indipendenza dei magistrati – siano essi giudici o pubblici ministeri – doveva essere la legge. Una riflessione pacata e ponderata, che oggi, dopo la vittoria del No, sembra riacquisire un peso specifico ben maggiore di qualsiasi polemica contingente, ricordando come la democrazia si giochi spesso sulla sottile linea tra autonomia della magistratura e controllo politico.

Le ripercussioni politiche e l’opposizione

Se per il governo il risultato ha rappresentato una battuta d’arresto evidente, culminata nei due addii eccellenti, per l’opposizione il responso referendario non si è tradotto in una promozione piena. Il dato di fatto è che il fronte del No, pur avendo vinto, non ha ottenuto una legittimazione politica univoca: la campagna referendaria ha messo in luce le difficoltà di costruire una narrazione alternativa coesa, lasciando sul campo una vittoria popolare che, per quanto ampia, fatica a tradursi in un immediato cambio di passo nella dinamica parlamentare. Il verdetto delle urne ha consegnato così un quadro complesso: da un lato, la conferma che un attacco frontale alla separazione dei poteri viene respinto; dall’altro, una frammentazione che impedisce di leggere il risultato come una semplice inversione di tendenza nel rapporto di forza tra maggioranza e opposizione.

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